Michele, la bestia e la messe contesa in un contesto di relazioni pericolose

granoLe leggi basilari della ghematria sono in fondo due e dipendono entrambe dal  dal valore delle singole lettere poi sommato. La prima è che valori uguali sono legati da qualche relazione; la seconda è che quei valori riconducano a una precisa realtà, che magari è un calendario. In questo senso allora divengono interessanti gli esempi che proporrò a seguire. Veniamo subito al dunque.

Al di là del protagonista assoluto di Apocalisse che è Gesù, all’interno dell’opera si muovono personaggi autorevoli che, dipendentemente dall’episodio o capitolo, divengono essi stessi protagonisti. E’ il caso di Μιχαήλ (Michele, Ap. 12,7) e di θηρίον θάλασσα (bestia [che sale dal] mare, Ap. 13,1) circa i quali Apocalisse descrive una relazione, poichè sia l’uno che l’altro presentano lo stesso valore ghematrico, cioè 689.

Che essi siano in relazione, come appunto vuole  la regola sopra descritta, risulta chiaro anche dal testo, oltre che dal numero. Infatti, se di Michele si può scrivere che il significato del nome è “chi è come Dio”, altrettanto si può dire della bestia, che si fregia, in fondo, dello stesso titolo, perchè di essa gli adoratori del drago dicono “chi è come la bestia” (Ap 13,4).

Questo li mette sullo stesso piano a contendersi un primato che o appartiene a Dio per mezzo di Michele; o appartiene alla bestia. Questa relazione di conflitto emerge anche se consideriamo la seconda regola, cioè il riferirsi del valore ghematrico a un calendario.

Infatti se consideriamo, come abbiamo sempre fatto ogni volta che abbiamo affrontato Apocalisse nella sua chiave ghematrica, quel 689 il 689 a.C.  quell’anno segna il brevissimo regno di un mese di Sallum ed anche, volendo, l’inizio del regno del suo diretto successore sul trono d’Israele.

Ma tale collocazione storica, cioè in un calendario, è possibile solo se adottiamo i regni di Giuda e Israele secondo la cronologia descritta da questo blog e riassunta nella tabella, perchè nessuna delle cronologie più note di 1-2 Re presenta un regno -intendo il suo inizio o la sua fine- in quell’anno.

Come credo sia chiaro, applicare le regole della ghematria a due assoluti personaggi di Apocalisse, cioè Michele e la bestia, conduce ad aspetti che, sebbene interessanti, sono ancora inesplorati per dare un volto e un ruolo ai personaggi che non siano meramente simbolici.

Passiamo adesso, cambiando scenario, ad occuparci della seconda relazione e riferendoci ai Vangeli che ci parlano, in un versetto famosissimo e molto importante, del grano e della zizzania (Mt. 13,25, ad esempio), i quali danno luogo a due messi: la prima di Dio; la seconda di satana.

Parrà strano al lettore il gioco di parole e di significati che s’instaura, perchè paradossalmente c’è una inversione di significato. Infatti la lettura ghematrica di σῖτος (grano) sembra apparentemente smentire tutto quanto sinora abbiamo scritto sul significato del 586 a.C., cioè che è un cardine di una cronologia falsa, non a caso storica e dunque non biblica.

La somma delle lettere che compongono σῖτος è 586, per cui se riconduciamo la cifra a un calendario è certamente quello che annovera il 586 a.C. come data, storica, dell’esilio, quando però la Bibbia indica con certezza il 505 a.C. Sembra dunque che quella messe divina, il buon grano cioè, appartenga alla cronologia secolare, storica, ma non bisogna dimenticare la prima regola ghematrica che vuole valori uguali in relazione.

E’ così che è possibile comprendere pienamente quel σῖτος, perchè 586 è anche il valore ghematrico di ὄφις (serpente), trasformando quindi il significato del simbolo, cioè di quel grano che deve essere separato dalla zizzania, rendendo possibile parlare di messe satanica.

Questa interpretazione è possibile per tre ragioni:

  1. La differenza tra il biblico 505 a.C. e lo storico 586 a.C. è 81 quando 81 è il valore ghematrico di Κάϊν (Caino). Ciò non solo approfondisce i significati ghematrici in esame, ma rende possibile interpretare il punto successivo
  2. la cronologia che si regge sul 586 a.C. è assolutamente storica e si contrappone a quella biblica che calcola sulla base del 505 a.C. Tutto quanta la sezione cronologica di questo blog testimonia questo, testimonia cioè che solo adottando il 505 a.C. è possibile ricostruire l’originale cronologico biblico secondo gli indispensabili criteri di armonia, linearità e coerenza cronologica. Non è un caso infatti che il 586 a.C. come data dell’esilio, crei enormi contraddizioni all’interno della Bibbia, anzi, rende letteralmente impossibile parlare di cronologia biblica, tanto che si può dire che quel 586 a.C. uccide la cronologia biblica e con essa tutti protagonisti (dai profeti a Gesù Cristo stesso) che in quella cronologia s’inseriscono. Ecco allora perchè la differenza tra il 505 a.C. e il 586 a.C. è proprio 81, cioè il valore ghematrico di Κάϊν (Caino)
  3. Essendoci già occupati dell'”immagine della bestia“, cioè di εἰκών (immagine, Ap.13,15) sappiamo che il valore ghematrico di εἰκών è 885 il quale, per la regola che lo vuole inserito in un calendario, diviene 885 a.C. che segna la fine del regno di Zimri e l’inizio del regno di Omri. Questa data accomuna le cronologie più usate (cfr. BJ e CEI 2008) , le quali però non tengono conto che tra Zimri e Omri passarono 4 anni, tant’è che Zimri regnò dal XXVII° di Asa, mentre Omri, suo successore, dal XXXI°. Qui non si tratta di fare le pulci, ma di sottolineare come, sebbene i sincronismi all’interno di 1-2 Re siano indispensabili ai fini dell’attendibilità, nessuno ha tenuto conto di quei 4 anni che da soli possono far saltare tutto il quadro sincronico dei due libri e partorendo quindi cronologie inaffidabili o, almeno, non rispettose del testo del quale sono solo, appunto, un’immagine, sebbene famosa

Concludo dicendo che gli esperti di simboli e gli esperti di ghematria – ma forse semplicemente coloro che hanno una sensibilità verso i numeri presenti nella Bibbia- sappiano trarre conclusioni più profonde, perchè noi ci siamo limitati a mostrare quelle che a tutti gli effetti sono relazioni “pericolose”, rese ancor più inquietanti dai fatti accaduti a Gerusalemme nel 35 a.C. – cioè la crocefissione- quando la ghematria di ירושלם (Gerusalemme) in ebraico è identica a quella di ὄφις (serpente) e σῖτος (grano), cioè 586.

 

La VAT 4956, il paradiso in una tavoletta

vatCi siamo già occupati di Ap. 2,7 quando abbiamo affrontato la lettura ghematrica di “albero della vita“,ξύλον ζωή in greco. Abbiamo visto che tale lettura conduce al 1425 a.C., anno dell’esodo, permettendo a una teoria (l’esodo antico di Erodoto, dei Padri e di Giuseppe Flavio); una cronologia (quella descritta in questo blog); una trama letteraria (la morte del faraone lo stesso anno dell’esodo) e una nota storica (il 1425 a.C. come anno della morte di Tuthmose III) di coincidere perfettamente.

Adesso vogliamo invece occuparci del luogo dove quell’albero è piantato, cioè del “paradiso di Dio” che è citato sempre all’interno dello stesso versetto. Ne daremo una lettura ghematrica, alla quale seguirà, come nostro solito, una lettura cronologica.

Nel testo greco leggiamo che l’albero della vita è collocato nel παράδεισος θεός.La somma dei dei rispettivi nominativi dà un totale di 567, che noi leggeremo come 567 a.C. Essa è una data assoluta, perchè indica il 37° anno di Nabucodonosor secondo le indicazione della VAT 4956, la quale troverebbe, almeno in apparenza, una conferma estremamente positiva nella lettura ghematrica, perchè essa tira in ballo niente meno che il paradiso. Ma è così semplice? No, non lo è, vediamo perchè.

Innanzi tutto quel 1425 a.C. che emerge da ξύλον ζωή conferma tutta una cronologia che parte dal 70 d.C. e ricalcola pressoché tutto compreso, quindi, quel 37° anno di Nabucodonosr che è, almeno stando alla Bibbia, il 486 a.C., quando 486 è la ghemtria di υἱός, cioè del “figlio maschio” di Ap.12,5. Già questa, crediamo, sia una prima grossa contraddizione che ci mette in imbarazzo, perchè sarebbe difficile, seguendo il significato, decidere quale delle due letture sia preferibile.

Una seconda contraddizione emerge dai calcoli che si debbono fare sulla base di quel 567 a.C. come 37°  di Nabucodonosor, i quali conducono al XVIII° dello stesso re nel 586 a.C. (anno dell’esilio babilonese), quando 586 è la ghematria di ὄφις (serpente) e questo ci getta in un imbarazzo ancora più profondo, perchè una lettura ghematrica che parte dal “paradiso di Dio” non può concludersi nel suo esatto contrario, pena la più classica contraddizione dei termini e della sostanza.

Che fare allora? Vogliamo dire che la lettura ghematrica è disciplinata dal caso, quando abbiamo visto qui che il caso non può avere tanta coerenza? No, non lo possiamo, per cui una ragione del nostro imbarazzo deve esserci e forse riposa in quello che spesso si dà per scontato, cioè l’originalità della VAT4956 che è e rimane una copia di un originale andato perduto.

Sarà banale dirlo, ma necessario: una copia non dà mai garanzia dell’originale, tanto che Neugebauer e Weidner (traduttori della VAT 4956) affermano che il testo, stando al linguaggio, è spesso incoerente, anacronistico. Questo ci permette di ipotizzare che quel 37° di Nabucodonosor potrebbe essere un’aggiunta successiva, magari funzionale a una cronologia preesistente, la quale ha “adeguato” il testo originale.

E’ così allora che potremmo trovarci di fronte una nota cronologica falsa che istruisce un diario astronomico esatto, cioè l’eclissi descritta. Ciò significa che veramente potrebbe esserci stata l’eclissi descritta nel 567 a.C., ma tale anno non era il 37° di Nabucodonosor, quello lo hanno scritto successivamente, magari per blindare una cronologia fatta a tavolino che conduce la 586a.C. anno dell’ὄφις, cioè del serpente.

Non abbiamo problemi a prospettare questa soluzione, perchè lo andiamo dicendo da tempo che le fonti e la Bibbia hanno subito profonde falsificazioni, per cui non è strano che nella gigantesca opera di mistificazione ci sia caduta una semplice tavoletta

Nazaret, il tempio e la sua ghematria

 

nazaretC’è un villaggio nei Vangeli che ha un ruolo centrale: Nazareth. E’ lì che Gesù è cresciuto e si è formato ed è sempre lì che ha iniziato il suo ministero con la lettura d’Isaia 61 nella sinagoga; come è lì che si compie la profezia che Lo riguarda, cioè che lo vuole il Nazareno (Mt. 2,23)

Questa centralità non si limita solo al fatto anagrafico e geografico, ma emerge anche dalla lettura ghematrica di.Ναζαρέτ che è 464. Prima però di affrontare l’argomento, credo sia opportuno ricordare come Giovanni 2,19-21 instauri un parallelo tra il tempio e il nuovo tempio, cioè Gesù. In questo senso il baricentro della vita religiosa diviene la persona stessa di Gesù nuova Torah e nuovo tempio, per cui è nel tempio che dobbiamo inserire e notare la centralità di cui parliamo.

E’ solo così che infatti appare chiaro perchè il dato ghematrico, cioè quel 464,  divenga il 464 a.C., settimo anno di Artaserse, quando cioè rientra Esdra proprio con il compito di riedificare il luogo di culto (Esd. 7,7). Quel 464 a.C., se considerato alla luce della cronologia del primo e secondo tempio, assume un valore centrale perchè salda la cronologia del tempio salomonico con quella del tempio post esilico.

Infatti assumendo le date suggerite da questo blog, sappiamo che le fondamenta del primo tempio furono gettate nel quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1) anno, il 945 a.C. (vedi tabella), al quale vanno tolti i 480 anni che il Seder Olam Rabbath indica essere trascorsi tra il primo e secondo tempio. Calcolando con questi parametri abbiamo che quei 480 anni cadono nel 464/5 a.C. (945-480=465), cioè in quello stesso settimo anno (l’approssimazione è di qualche mese) di Artaserse sopra citato.

Tale cronologia si salda però con quella relativa al secondo tempio, la quale prevede, seguendo Gv 2,19-21, 46 anni per la ricostruzione a partire dal 464 a.C. (per i dettagli del calcolo vedi qui), per cui la dedicazione avvenne nel ( cfr. Esd. 6,15) “sesto di Dario”  secondo, cioè il 418 a.C. (464-46=418). Abbiamo più volte spiegato le origini di questa datazione (vedi link sopra) e sempre abbiamo sottolineato come sia possibile anche stando semplicemente alla lettera del Libro di Esdra, avvalorare tale datazione, la quale non specifica di quale Dario si tratti.

Dunque quel 464 a.C. ricopre un ruolo centrale nella cronologia del tempio salomonico prima, post esilico dopo. Ed è per questa stessa ragione -almeno così crediamo- che tale centralità emerge anche dalla lettura ghematrica di Ναζαρέτ, villaggio circa il quale abbiamo detto essere il centro degli anni nascosti e pubblici di Gesù nuovo tempio.

Credo che sia importante anche aggiungere che Ναζαρέτ e la sua lettura ghematrica confermino quanto sinora ha sempre sostenuto questo blog circa il primo anno di regno di Artaserse, che biblicamente risulta essere il 471 a.C., proprio in virtù del suo settimo anno di regno che fu il 464 a.C.

Ci sarebbero altri aspetti da ricordare, quali la ritmica giubilare che che quel 464 a.C. sottende e la possibilità di giungere, dal secondo anno dal rientro di Esdra in cui si gettano le fondamenta del tempio (Esd. 3,8), agli albori del regno, cioè alla predicazione del Battista. Argomenti importanti certamente, ma che amplierebbero troppo il discorso, per cui ci affidiamo ai link presenti in questo paragrafo.

La lettura ghematrica di Ναζαρέτ apre capitoli fondamentali delle antiche e nuove Scritture, confermando che in esse c’è una chiave ghematrica che riconduce alla Sapienza (vedi tabella), laddove, in maniera miope si è investigato solo con la scienza.

Ps: a un esame più attento non sfugge certo che Ναζαρέτ compare 12 volte nel Nuovo Testamento, talvolta come Ναζαρέτ; tal’altra come Ναζαρά o Ναζαρέθ. Tuttavia la voce originale è Ναζαρέτ (così lo Strong e il Montanari), per cui non a caso la lettura ghematrica è possibile solo con essa.

Gv 2,20, l’armonia dei 46 anni

chiave di violinoDella questione legata alla terminologia giovannea per designare il tempio e l’area del tempio ce ne siamo occupati in paragrafo de La cronologia di Dio, limitandoci però solo ad alcune considerazioni sul secondo tempio.

Il problema, tuttavia, è denso perchè da solo fa luce su

  1. La cronologia del secondo tempio
  2. Il primo anno di regno di Artaserse (questione ancora dibattuta)
  3. La cronologia della ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi caratterizzanti: mura e tempio
  4. Una questione creduta risolta, cioè la datazione dell’esilio babilonese, considerato universalmente avvenuto nel 586 a.C. senza tenere conto delle Scritture nella loro interezza e originalità

Passiamo ora ad illustrare la questione generale legata ai termini, a illustrare cioè che l’uso di Giovanni del sostantivo ναός e ἱερός non è casuale, ma assolutamente cosciente come dimostra la tabella seguente

ναός ἱερός
Gv. 2,14
Gv. 2,15
Gv. 2,19
Gv. 2,20
Gv. 2,21
Gv. 5,14
Gv. 7,14
Gv. 7,28
Gv. 8,2
Gv. 8,2
Gv. 8,59
Gv. 10,23
Gv.11,56
Gv. 18,2

La tabella ci fa certi che Giovanni usa coscientemente i due sostantivi, limitando a soli tre versetti, ma un unico episodio, l’uso di ναός, per cui quando Giovanni scrive che che sono occorsi 46 anni per il ναός è chiaro che, avendo ben netta la differenza tra area del tempio (ἱερός) e tempio (ναός), si riferisce al tempio strictu sensu, cioè all’edificio cultuale.

Questa distinzione è molto importante perchè fa luce sull’intera cronologia del secondo tempio, quella stessa cronologia di cui si è occupato Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,XV, 421 [xi, 6]), il quale però afferma che per la ricostruzione di quello stesso edificio occorsero 18 mesi.

La distinzione i cui parlavamo sopra è importante, perchè la spiegazione per far coincidere Flavio con Giovanni verte sul fraintendimento dei termini, verte cioè su una lettura di superficie che non tiene conto della distinzione che fa Giovanni tra l’edificio cultuale e l’area del tempio

Infatti bisogna dire che, entrando negli aspetti cronologici del punto 1, tale spiegazione vorrebbe ricondurre la differenza enorme tra Flavio e Giovanni (l’uno 18 mesi, l’altro 46 anni) a dei generici lavori all’area del tempio (Portici, Cortile etc.) considerati da Giovanni, senza però esaminare attentamente il testo dell’evangelista che ci parla del  ναός, cosa che esclude sin da subito i lavori estranei al Sancta Sanctorum. La spiegazione sinora addotta è, quindi, viziata sin dalla radice perchè non tiene conto  della precisa nota giovannea che indica quei 46 anni come necessari per il tempio in senso stretto e non per l’area del tempio.

Tuttavia rimane da dare una spiegazione del divario cronologico incolmabile tra Flavio e Giovanni, ed essa non può che essere una: l’uno fa riferimento al tempio erodiano; l’altro a quello post esilico, cosa di cui andremo a parlare

Affermare che Giovanni ha indicato 46 anni per il tempio post esilico richiede una motivazione forte che giustifichi così tanto tempo, perchè il tempio salomonico, ad esempio, sebbene costruito ex novo, richiese 7 anni di lavori . Non è immaginabile che il secondo tempio abbia richiesto quasi 7 volte il tempo impiegato da Salomone, perchè non è data notizia di proporzioni adeguate, tanto è vero che Giuseppe Flavio scrive che il secondo tempio era di gran lunga inferiore  al primo.

Allora l’unica spiegazione possibile, la quale colloca i 46 anni di Giovanni negli anni post esilio, è l’editto di Artaserse che fermò i lavori al tempio sine die, fino cioè al secondo anno di Dario II (Esd. 4,24 ) e che li vede ultimati nel suo sesto anno di regno (Esd. 6,15) tracciando, realisticamente, una tempistica di 4 anni di lavori, ben compatibile con i 7 anni di Salomone.

Ma il termine dei lavori nel sesto anno di Dario ci permette anche un calcolo particolare che ci conduce al settimo di Artaserse, quando cioè rientrano i sacerdoti ed Esdra stesso con il compito di riedificare il tempio (Esd. 7,7). Calcolato il settimo anno di regno diviene facilissimo rintracciare il primo, o almeno l’anno che la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, indicano come tale e che ci permette di affrontare il punto numero 2 della scaletta sopra accennata

Se il settimo anno di regno di Artaserse, calcolato sulla base del sesto di Dario in cui si dedica il tempio, cade 46 anni prima significa che cade nel 464 a.C. (418+46=464) e dunque il primo anno di regno di Artaserse fu, biblicamente, il 471 a.C., data che non esce dal range sinora suggerito perchè oscilla tra il 465 a.C. e il 475 a.C.

Ma che il settimo di Artaserse fu il 464 a.C. è provato anche da una nota del Seder Olam Rabbath il quale indica che passarono 480 tra il primo e secondo tempio. In particolare sappiamo anche che le fondamenta del primo tempio furono gettate nel quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1) per cui non rimane altro che togliere 480 anni per conoscere  quando furono gettate le fondamenta del secondo.

Questo blog ha ricalcolato la durata di tutti i regni di Giuda e Israele e colloca da sempre il primo anno di regno di Salomone nel 949 a.C., per cui il suo quarto anno cade nel 945 a.C. Seguendo la nota del Seder è facilissimo individuare quando quei 480 anni cadono, ed essi cadono nel 464/465 a.C. (945-480=465), quello stesso anno cioè di cui abbiamo scritto calcolando però partendo dal sesto anno di regno di Dario primo e sommando i 46 anni di Gv 2,20.

Questo significa che due cronologie, quella di Giovanni e quella del Seder, sono perfettamente coincidenti in un unico anno che, mi pare ovvio, è quello biblicamente esatto, come biblicamente esatto, essendo quel 464/465 a.C. il settimo di Artaserse, mi pare ovvio sia il primo anno di regno di quel re , cioè il 471 a.C.

Ma collocare i 46 anni Giovanni 2,20 nel periodo post esilio significa anche occuparci della cronologia legata alla ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi fondamentali, cioè tempio e mura che non possono essere disgiunti visto che il primo, essendo il cuore della vita politica, economica e religiosa, non poteva restare senza difesa. E qui passiamo ad occuparci del punto numero 3 della scaletta.

Il ruolo difensivo delle mura per il tempio e l’intera Gerusalemme non è solo legato ai tempi in cui il nostro discorso si colloca, ma dipende anche da un fatto specifico, perchè Neemia 4,10 ci dà notizia che l’intera ricostruzione di Gerusalemme era messa a repentaglio dalla presenza di nemici che obbligarono metà degli uomini abili al lavoro alla difesa.

In questo senso le mura non s’inseriscono solo nella programmazione urbanistica, ma divengono baluardo di difesa indispensabile. Questo fa sì che non si possa immaginare,ad esempio, la riedificazione del tempio senza la messa in opera del progetto di ricostruzione delle mura.

Sempre in questo senso è pacifico pensare che il termine dei lavori alle mura non sia disarmonico rispetto alla dedicazione del tempio come accade se consideriamo la cronologia ufficiale, la quale colloca la dedicazione nel 515 a.C., ma la progettazione delle nuove mura nel 445 a.C., cioè 60 anni dopo (dovremmo anche dire che tale cronologia crede al miracolo dei 52 giorni letterali per la ricostruzione di cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono , quando abbiamo visto qui che in realtà occorsero 52 anni).

L’assoluto silenzio biblico durante quei fondamentali 60 anni dovrebbe già di per sè far riflettere, come dovrebbe far rifletter il fatto che Neemia, sebbene l’editto di Ciro si dica sia nel 538 a.C., trova nel 445 a.C. le porte ancora incendiate e le mura piene di brecce (Ne 1.3) Insomma qualcosa non va, tanto è vero che Soggin Nella sua Introduzione all’Antico Testamento riporta la notizia di studi che avanzano l’ipotesi di una seconda invasione che avrebbe distrutto ciò che dopo il 538 a.C. era stato appena ricostruito.

Come credo sia chiaro, la cronologia ufficiale è in completa disarmonia sia sotto un profilo strettamente logico (non si può lasciare una città in balia dei nemici per 60 anni); sia sotto un profilo strettamente cronologico che offre una dedicazione nel 515 a.C. e una ricostruzione delle mura nel 445 a.C sempre che assumiamo 52 giorni letterali, il che neppure sarebbe realistico.

Ma cosa accade se assumiamo quei 46 anni di Giovanni collocandoli nel post esilio e prendendo in considerazione la cronologia di questo blog? Innanzi tutto abbiamo che i lavori al tempio iniziano l’anno secondo dal rientro di Esdra (Esd. 3,8) dunque nel 462 a.C., mentre la riedificazione delle mura inizia nel XX° di Artaserse (Ne 2,1) cioè nel 451 a.C. riducendo a 11 anni quel divario di 60 anni che si genera con la cronologia ufficiale e facendo salva l’urgenza non disgiunta di mura e tempio.

Lo stesso dicasi per il termine dei lavori per l’una e l’altra opera, perchè le mura sono completate nel 399 (per i calcoli vedi questo e questo post), mentre la dedicazione del tempio è nel 418 a.C. solo 19 anni dopo, cifra compatibile con l’impegno richiesto dall’una e l’altra opera. Mi pare di poter dire che tutto si riallinei, mentre si perde armonia con quanto la cronologia ufficiale insegna circa l’esilio e la sua datazione, non necessariamente avvenuto, almeno stando a Gv. 2,20, nel 586 a.C. Affronteremo quindi il punto 4 della scaletta

La dedicazione del secondo tempio avvenuta nel 418 a.C. mette in crisi la cronologia sinora conosciuta che lo colloca nel 515 a.C. a un secolo di distanza. Essendo semplicemente improponibile pensare che a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. bisogni aspettare il 418 a.C. per la dedicazione del tempio, cuore pulsante d’Israele, si pongono seri interrogativi: chi sbaglia? Sbaglia Giovanni, un evangelista, o sbagliano gli storici? Come mai risulta essere Artaserse l’artefice della ricostruzione post esilica e non Ciro stando a Gv. 2,20? Qual era, allora, la cronologia conosciuta dall’evangelista se considera 46 anni per la ricostruzione del tempio?

Tutte domande che trovano una sola risposta: quel 586 a.C. stabilito storicamente  non trova collocazione nella Bibbia, la quale sebbene ci parli di Ciro, forse il falso di Ciro, calcola però Artaserse. Sembra quasi allora di trovarsi di fronte a un affresco grandioso che ha però sotto la superficie un’altra scena e questo legittima a pensare che ciò che a prima vista vediamo sia solo il velo con cui si è coperto la scena originale, cioè una storia sopra la Storia.

Sarebbero tutte semplici congetture queste se non avessimo la possibilità di mostrare, laddove l’occhio e la pazienza hanno indagato,i tratti originali dell’affresco. Ma ciò non è, perchè questo blog ha mostrato che una cronologia alternativa a quella storica, cioè quella sovrapposta a quella biblica è possibile e infatti tale originale ha ben altra cronologia, in particolare proprio in riferimento all’esilio e alla sua datazione, il quale  avvenne, non a caso, nel 517 a.C. (calcolo Daniele) e nel 505 a.C. (calcolo Ezechiele) dipendentemente dalla deportazione che assumiamo.

Non è neppure un caso che quei 46 anni di Gv 2,20 possano essere perfettamente inseriti nell’originale, mentre se li adottiamo per la cronologia secolare, cioè storica, essi si rivelano di difficilissima collocazione, perchè fanno saltare tutti conti e costringono, come abbiamo visto, a forzare il testo giovanneo e a ignorare la fondamentale differenza tra ἱερός e ναός, pena il conflitto con le fonti, in particolare G. Flavio.

Gv. 2,20 è capace allora di riaprire una questione creduta risolta e chiusa, di riaprire il dibattito su quella che tutti considerano una data assoluta, cioè il 586 a.C., ma che stando a Giovanni risulta essere relativa all’approccio, talvolta un po’ superficiale, con cui si è affrontata e che ha impedito di vedere oltre la superficie.

Infatti i 46 anni di Giovanni rimettono in discussione non semplicemente il 586 a.C., ma tutta la cronologia assoluta che regola la storia del Vicino Oriente, perchè assumendo il 515 a.C. come anno della dedicazione del secondo tempio cadiamo, calcolando i 46 anni necessari alla sua ricostruzione, nel 561 a.C. come fine dell’esilio. Tale fine anticipata potrebbe essere anche sostenibile, ma ne dobbiamo trovare la causa ed essa può essere solo Ez. 4 e i 40  anni di esilio di Giuda. Ciò però conduce a una deportazione del 601 a.C. di cui non solo si ha notizia, ma scardina la datazione assoluta del 586 a.C.

Concludo dicendo che tre distinte cronologie (quella delle mura; quella del tempio e la mia) ruotano attorno alla tempistica descritta da Giovanni, celata da una cosciente scelta lessicale che indica 46 anni per il ναός (tempio) e non allude minimamente al ἱερός (area del tempio), coinvolgendo con questo aspetti fondamentale della cronologia biblica. Quei 46 anni di Giovanni 2,20, allora sono la chiave che dispone tutte le note cronologiche dello spartito biblico rendendolo armonico