Il silenzio è il grande rivelatore (Lao Tse)

silenzioDella ricostruzione delle mura di Gerusalemme ce ne siamo occupati qui, per cui adesso faremo solo una sintesi necessaria a introdurre il nuovo post dedicato a un personaggio che si vorrebbe leggendario, ma la cui storicità è attestata pure da Neemia che ne conosceva le profezie, come dimostreremo.

Abbiamo visto che Neemia 6,15 non deve intendersi letteralmente, cioè 52 giorni, come purtroppo fanno tutti, ma applicando la regola di un anno per un giorno come suggerisce Ez. 4. Solo così si ottiene il sincrono con Dn 9,25 che si occupa della tempistica della ricostruzione di quelle stesse mura. In particolare abbiamo visto che ciò è possibile grazie al silenzio circa le intenzioni dello stesso Neemia riguardo allo scopo del suo ritorno a Gerusalemme: la ricostruzione della cinta muraria (Ne 2,12)

Quel silenzio, lo scrive espressamente Neemia (cfr 2,11) durò tre giorni che per quella stessa regola di un giorno per un anno significano tre anni, i quali vanno tolti ai 52 per ottenere il tempo necessario alla realizzazione del suo progetto, cioè 49 anni. Nel post sopra linkato abbiamo fatta notare la sincronicità tra Neemia e Daniele, il quale in 9,25 scrive espressamente che le mura saranno ricostruite nell’arco di 7 settimane, cioè 49 anni. La sincronicità tra Neemia e Daniele sta appunto nel fatto che entrambi scrivono che la ricostruzione delle mura avvenne in 49 anni.

Qui dovremmo aprire a considerazioni su come mai si è sempre scorto gli anni in Daniele, ma non in Neemia, del quale si è sempre data una lettura letterale dei 52 giorni, quando, essendo l’oggetto il medesimo (le mura di Gerusalemme), sarebbe stato ovvio applicare la stessa regola.

I dubbi che sorgono sono molti, ma uno su tutti è importante: non li si è voluti scorgere perchè si creerebbe una voragine nella cronologia conosciuta. Infatti che ne è dell’editto di Ciro del 538 a.C. se le mura, considerando il 445 a.C. come XX° di Artaserse, furono terminate nel 396 a.C.? Che ne è di una dedicazione del secondo tempio nel 515 a.C.che non lo vede protetto per 119 anni?  Come spiegare il vuoto cronologico che si crea? Questo legittima a pensare che si era certamente notata la tempistica identica tra Neemia e Daniele, ma si è preferito soprassedere, perchè troppi erano gli interrogativi che avrebbe fatto sorgere circa la cronologia sinora conosciuta che spiegava quel periodo storico.

E’ così che allora si è creduto di giustificare quei 52 giorni letterali col miracolistico; o si è cercato di camuffare il tutto con traduzioni fuorvianti; o si è immaginato l’antesignano di Stachanov nel popolo ebraico, il quale “lavorando giorno e notte” (sic!) è riuscito a ricostruire in 52 giorni una cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono. Tutte cose, mi pare, che fanno sorridere.

Va da sè poi che proprio le mura avrebbero messo in crisi la cronologia babilonese, perchè se l’editto di Ciro è del 538 a.C., la presa di Gerusalemme è di Nabucodonosor nel 586 a.C., ampliando così la voragine cronologica su accennata. Insomma un domino che avrebbe fatto cadere molte tessere della cronologia conosciuta.

Se già di per sè tutto questo ha la sua importanza, ci sono però altre considerazioni che prendono le mosse dalla tempistica della ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la sincronicità di Daniele e Neemia, la quale non è solo nella messa in opera del progetto legato alla ricostruzione, ma ancor di più lo è proprio nel silenzio di Neemia, quel silenzio che abbiamo visto essere durato 3 giorni, esattamente 3 giorni. Il silenzio di Neemia è il più classico dei silenzi assordanti, perchè da solo dirime una questione di fondamentale importanza, togliendo dall’inferno della leggenda un profeta: Daniele.

Infatti quei 3 giorni in cui Neemia tace, non sono sinonimo di riservatezza, ma significano la volontà di Neemia di sincronizzarsi con Daniele e con le sue profezie, in particolare quella delle 70 settimane, la quale , assieme al suo autore, era conosciuta da Neemia e dunque essa è ben lungi dall’essere una elaborazione maccabica, a meno che il libro di Neemia non sia anch’esso frutto di quel periodo.

La presenza della profezia delle 70 settimane in un libro storico della Bibbia (il Libro di Neemia) rende storica anche la profezia che esso contiene, seppure mascherata, cioè introdotta da un silenzio il quale abbiamo visto che deve essere interpretato  come il modo con cui Neemia si è sincronizza con Daniele. E’ l’estrema precisione dei termini (3 anni/giorni di silenzio) che fa sì che dei 52 considerati da Neemia, solo 49 furono necessari ai lavori per la ricostruzione delle mura, come espressamente scrive Daniele quando ci parla delle prime 7 settimane di anni profetiche rendendo coincidente la tempistica della ricostruzione delle mura dei due autori.

Tutto questo fa sì che Daniele fosse conosciuto nel IV-II secolo avanti Cristo, periodo a cui si fa risalire la stesura del Libro di Neemia,  ed è ben lungi da essere un’invenzione maccabica come oramai universalmente lo si dipinge. Ma se non bastasse la parola di Neemia, cioè quella di un libro storico della Bibbia, invito tutti a leggere le interpretazioni che coloro i quali collocano l’avverarsi della profezia in questione nei Maccabei danno. Sono state partorite interpretazioni senza capo nè coda (vedi nota a Dn 9,25  CEI 2008), le quali non solo fanno a pezzi la lettera, ma presentano calcoli che se impugnati seriamente vanno ben oltre l’assurdo, introducendosi, a mio parere, o nell’incapacità o nella malafede.

Tutto ciò ciò prova che se si toglie Daniele dal suo contesto storico (esilio e sua fine) impazziscono tutti i termini della sua affascinante questione, partorendo illegittime speculazioni che fanno solo sorridere, rendendo comicamente leggendari proprio i loro artefici, non Daniele.

Ciro o Artaserse? I due volti della profezia e della storia

gianoLa figura di Ciro si staglia minacciosa nel cielo di questo blog. Essa da sola potrebbe in apparenza scardinare l’intera nostra cronologia, tanta è l’importanza che ha Ciro, citato non solo dai profeti, ma pure da tutte le fonti che abbiano in qualche maniera incrociato la cronologia biblica riguardante, ad esempio, i profeti (Isaia, Daniele in primis) e l’esilio E’ come una coltre nera che mette in ombra tutto quanta la cronologia di questo blog che nega a Ciro ogni ruolo, se non addirittura ne nega la stessa esistenza storica.

Tuttavia quella stessa esistenza è messa in dubbio non solo dalla mia cronologia, ma pure dalla critica testuale, la quale ha sollevato parecchi interrogativi sull’esistenza di Ciro. Tutto ciò è dovuto al Libro d’Isaia (in particolare Is. 44,28 e 45,1) in cui compare il nome proprio Ciro, almeno così sembra, perchè il condizionale è d’obbligo.

Infatti, stando alla lettera, Isaia sarebbe stato capace di prevedere l’ascesa di Ciro sebbene scrivesse quasi due secoli prima. Questo ha sollevato fortissime resistenze, perchè la scienza non riconosce tale facoltà a un uomo. Di qui tutta la querelle sul libro del profeta, ritenuto scritto a più mani e in epoche diverse, in ogni caso, alcune sue parti, dopo l’avvento di Ciro.

Tale conclusione ha suscitato però le resistenze di coloro che invece non solo lo ritengono un profeta nel senso pieno e tradizionale, ma anche di coloro che non concordano sulla natura non unitaria del libro profetico in questione. Io non mi addentrerò sulle questioni legate alla lettera (caldamente consiglio la lettura di questo studio in cui si dimostra che la questione di Ciro è tutt’altro che pacifica), ma dirò soltanto che la soluzione che va per la maggiore è fin troppo semplicistica, perchè non è negando la capacità profetica sul futuro e non è imputando la responsabilità alla disomogeneità del libro isaiano che si risolve la questione, poichè essa potrebbe identificarsi proprio nel protagonista, in Ciro cioè.

Questo, in altri termini, significa affrontare la questione alla sua origine e invertire la polarità della ricerca di una soluzione: non è in ballo la capacità d’Isaia di prevedere il futuro, ad esempio, ma la storicità di Ciro che potrebbe essere solo un appellativo, per altro neppure riferito a lui, ma ad Artaserse.

Questo scambio di persona è stato anche l’oggetto di un precedente post, con cui abbiamo dimostrato, conti alla mano, che il digiuno descritto in Dn.10,1-3 altro non è che una metafora degli anni rimanenti d’esilio, tant’è che assumendo la data che da sempre indichiamo per il primo anno di regno di Artaserse (471 a.C.), si cade con un calcolo semplicissimo:

(471-3)-21=447

proprio nel 447 a.C., anno non solo che segna la fine dell’esilio babilonese secondo questo blog, ma anche anno che taglia fuori da ogni ruolo Ciro sebbene citato esplicitamente da Daniele (di qui l’ipotesi della contraffazione) che data l’anno d’inizio del suo digiuno proprio nel III° anno del suo regno, incoronando Artaserse (tutta la questione è ben illustrata in questo post)

Ma una metafora può risultare insufficiente a dimostrare che il “principe consacrato” d’Isaia non è Ciro ma Artaserse. Sebbene il calcolo si riveli di una precisione chirurgica, può solo far sorgere dei dubbi. Ci vuole allora, oltre a un profeta, una fonte storica che avalli la nostra ipotesi. Ed essa è Giuseppe Flavio, il quale in  Antichità Giudaiche, XI, 5-7 ci propone una nota cronologica preziosissima, cioè che dalla vocazione di Isaia a “Ciro” (Artaserse) che ne legge il libro passarono 210 anni. In particolare leggiamo che:

Ciro seppe queste cose leggendo il libro profetico lasciato da Isaia duecento e dieci anni prima; questo profeta [Isaia] disse, infatti, che Dio gli aveva segretamente confidato: “E’ mio volere che Ciro, che Io ho designato re di molte grandi nazioni, mandi il mio popolo nella sua terra ed edifichi il mio tempio”

Il calcolo che dobbiamo fare sulla scorta dei 210 anni citati da Flavio tra l’altro non solo è possibile, ma anche molto semplice, perchè la vocazione d’Isaia non solo coincide con la morte del re Ozia/Azaria (Is. 6,1), ma coincide ovviamente anche con l’anno della stesura del libro profetico d’Isaia, almeno stando al ministero. L’altro termine necessario di calcolo è offerto invece dal primo provvedimento utile preso da “Ciro” (Artaserse) in favore degli Ebrei, cioè la ricostruzione del tempio.

Passiamo subito a impostare i termini del problema. Innanzi tutto calcoliamo l’anno di morte di Ozia/Azaria grazie alla tabella dei regni di Giuda e Israele da noi ricavata ricalcolando in prima persona tutti i regni.Essa si differenzia notevolmente da quelle sinora prese in considerazione dagli studiosi, tant’è che colloca la morte di Ozia nel 674 a.C. che sarà il nostro termine a quo. Ad esso vanno tolti 210 anni per ottenere l’anno del primo provvedimento favorevole agli ebrei in esilio che, stando al calcolo, fu il 464 a.C.

Ottenuto tale anno è sorprendente come esso coincida perfettamente con il VII° anno di regno di Artaserse, cioè con quell’anno in cui stando a Esd.7,14-20 rientrano i sacerdoti ed Esdra proprio con l’incarico di ricostruire il tempio, quello stesso di cui “Ciro” (Artaserse) ebbe notizia leggendo Isaia, come dimostra la citazione. E’ bene precisare che il VII° anno di regno di Artaserse (464 a.C.) lo abbiamo calcolato sulla scorta del 471 a.C. il quale segna, secondo questo blog, il primo anno di regno di quel re ed è quello stesso anno con cui abbiamo calcolato per dare ragione del digiuno di Daniele (vedi qui). Questo è importante per sottolineare come, sebbene i calcoli fatti con quel 471 a.C. siano diversi per natura e scopo, essi presentano in entrambi casi una precisione sorprendente senza che sia necessario alterare le cifre, in particolare il primo anno di regno di Artaserse. Ciò significa anche che non abbiamo inventato una cronologia per spiegare quei 210 anni, ma abbiamo spiegato quella stessa nota cronologica grazie a una cronologia già esistente, riassunta a suo tempo in questa tabella.

Credo che dobbiamo assolutamente sottolineare l’importanza di quel 464 a.C. che non fu solo il settimo anno di regno di Artaserse; non solo segna il rientro di Esdra e non solo prova che in realtà dietro Ciro si cela Artaserse, ma dobbiamo anche dire che il 464 a.C. è un anno fondamentale per tutta la cronologia del primo e secondo tempio come del resto richiede proprio la citazione d’Isaia riportata da G. Flavio (vedi sopra)

Infatti  è quest’anno che fa quadrare i conti del Seder Olam Rabbath che prevede 480 anni tra primo e secondo tempio. Se assumiamo infatti la tabella cronologica dei regni di Giuda e Israele secondo i nostri calcoli, il quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1), anno in cui si gettano le basi per il tempio, cade nel 945 a.C. a cui vanno tolti i 480 anni per cadere, di nuovo, nel 464/465 a.C. per la riedificazione del secondo tempio.

Inoltre è un anno cruciale anche per il secondo tempio, perchè alla luce di Gv.2,20-21 ne disegna la cronologia. Infatti i 46 anni che  che Giovanni indica per la ricostruzione del tempio conducono  al 418 a.C., cioè al “sesto anno di Dario” (Esd. 8,15), anno della dedicazione come da noi sempre indicato (per una panoramica circa la cronologia del secondo tempio vedila parte seconda di questo post).

Tutto questo credo dimostri come quel 464 a.C., individuato grazie alla preziosissima nota flaviana, non solo coincide con il primo anno utile per un provvedimento favorevole agli Ebrei in esilio, ma risulta assolutamente fondamentale nell’economia della cronologia biblica prima; nella stesura della cronologia del primo e secondo tempio poi, che tra l’altro è la questione centrale della nota cronologica flaviana.

Dimostrato tutto questo non rimane che dare un’occhiata anche alle altre cronologie, in particolare a quelle di Albright, Thiele e Galil e vedere se i conti quadrano lo stesso. Inutile fare tutti calcoli sulla base delle date della morte di Ozia/Azaria suggeriti dagli studiosi citati, perchè è sufficiente dire che essi, assunto il 538 a.C. come l’anno del primo provvedimento in favore degli esiliati, generano, a fronte della nostra precisione chirurgica, differenze che oscillano dai 6 ai 12 anni, troppi per appellarsi all’approssimazione e comunque sufficienti per scrivere che solo la cronologia di questo blog sa mettere a frutto con estrema precisione la nota cronologica flaviana, la quale in tutti gli altri casi appare incomprensibile.

Concludo con una breve sintesi degli elementi a favore della mia tesi sulla insostenibilità biblica e storica di Ciro, anzi, sul falso di Ciro. Abbiamo che già la scienza con Newton che aveva denunciato la truffa della cronologia di tolemaica definendola “la truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza”. Tale cronologia uniforma tutta la vicenda legata all’esilio e dunque pone seri interrogativi sull’attendibilità storica delle date che essa offre.

Inoltre non solo abbiamo 1500 anni cronologia (la cronologia di questo blog riassunta qui) che esclude Ciro, ma anche che la critica testuale pone seri interrogativi sulla storicità di Ciro, sostenendo da più parti che si tratti solo di un appellativo.

Infine abbiamo un profeta e uno storico: l’uno, Daniele, che una metafora svela l’inganno di Ciro; l’altro Giuseppe Flavio che con una chiarissima nota cronologica fa sorprendentemente capire che non fu assolutamente Ciro “il principe consacrato” ma Artaserse.

Che cosa sia successo, cosa stia alla base di questa truffaldino scambio di persona e di re è ancora presto per dirlo con certezza. Di certo ciò che dice la lettera è smentito dai numeri; come certamente sia Daniele sia Giuseppe Flavio scrivevano Ciro, ma entrambi calcolavano Artaserse, quasi una sorta di schizofrenia che accomuna un profeta e uno storico, a meno che non esistesse ben altra storia la quale, assieme alla Bibbia, è stata profanata in spregio della verità storica, scientifica e biblica, come del resto, limitatamente alla storia, asseriva Newton.

 

Nemesi, l’epilogo di un opera buffa sulle sponde di un lago

nemesi“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) dice Gesù di se stesso, mentre  dell’albero della vita e del libro della vita dell’agnello immolato ci parla Apocalisse, circa i quali abbiamo visto che non sono solo simboli.

Infatti, il primo ha un valore ghematrico di 1425, stesso identico valore del 1425 a.C. che data l’Esodo secondo la nostra cronologia; il secondo ha invece un valore ghematrico di 989, cioè il 989 a.C. come primo anno di regno di Davide, secondo sempre la nostra cronologia.

Entrambe le date sono capisaldi dell’originale cronologico biblico, perchè dal Nuovo permettono di affondare le radici nel Vecchio Testamento e ricostruire una cronologia unica, lineare, coerente e armonica che ci parla di Gesù Cristo, della vita di Gesù Cristo. E poco importa se quella vita assume le sembianze di albero o di libro, perchè l’importante è che essi ne riassumano la storia e diano a Gesù quelle origini storiche e cronologiche altrimenti perdute.

Corrompere quel percorso cronologico, quindi, non è stato solo una operazione anti-storica e anti- scientifica, ma un omicidio, poichè è lì che si celebra “la vita dell’agnello immolato” (Ap. 13,8). E’ un’operazione che ricorda da vicino la damnatio memoriae, con cui i romani cercavano di cancellare ogni traccia della vita dei nemici.

Del resto questo è ciò che emerge anche da un altro calcolo ghematrico: la differenza tra l’esatta datazione dell’esilio babilonese e quella falsa, quando quello stesso esilio non è solo un fatto storico, ma biblicamente costituisce la porta d’ingresso al Vecchio Testamento, se è vero quanto scrive Matteo circa le 14 generazioni che separano “Cristo da Babilonia” (Mt 1,17).

Bene, quella differenza tra il 505 a.C biblico. e il 586 a.C. storico (falsamente storico) è 81, quando 81 è anche la ghematria di Κάϊν (Caino, 1Gv 3,12), e ciò denuncia chiaramente che la perdita dell’originale cronologico biblico, sostituito nottetempo da una cronologia storica, non è un increscioso incidente, ma risponde a una precisa volontà omicida di Colui che è la vita, albero o libro che sia.

Sulle prime verrebbe da pensare che i responsabili sono i soliti noti, visto quello che accadde sul Golgotà per volontà del sinedrio, ma essi da soli potevano ben poco, per cui si è pensato bene di coinvolgere i complici, una cristianità venduta che ha concordata la versione dell’omicidio ( in particolare di quell’universale e assoluto 586 a.C. che uccide la cronologia biblica e la vita di colui che essa testimoniava).

Ma non esiste il crimine, l’omicidio perfetto e manca sempre un po’ di terra per coprire il cadavere. Infatti quella vita celebrata nell’albero e nel libro è riemersa da quel sottile strato di terra che copriva il cadavere (cioè la via, la verità e… la vita) sebbene pochi riescano ancora a riconoscerLo, perchè Cristo non lo si vede con gli occhi della scienza, qualora i fatti,le prove siano stati occultati, ma con lo sguardo della Sapienza.

Essa infatti è invocata da Giovanni quando scrive che è con la Sapienza (Ap. 13,18) che si può sciogliere l’enigma della Bestia e del suo marchio/segno (Ap. 13,16). E’ quel χ ξ ς che si deve vocalizzare per ottenere χαινω, numero e nome d’uomo come richiede Ap. 13,17  e giungere così a Costante II di Bisanzio, chiamato “Caino” dal popolo perchè aveva ucciso il fratello (abbiamo visto tutto qui con maggior precisione).

Ecco è quella stessa Sapienza, allora, che ci dice la fine che faranno congiura e congiurati, se il 33 come anno sì Tradizionale, ma assolutamente falso della crocefissione, nonchè fino all’altro ieri nozione comune degli anni di un Cristo frutto di una perversa fantasia perchè in realtà cinquantenne al momento della morte aavvenuta nel 35 d.C., lo si può scrivere il lettere greche, cioè λ e γ (lambda e gamma, i quali sommati valgono 33) e vocalizzare con quelle stesse lettere dell’alfabeto greco che Giovanni scrive essere simboli del Cristo, cioè l’alfa e l’omega (Ap. 1,8).

E’ solo così che è possibile scorgere l’epilogo in quel sostantivo italiano λαγω (lago) che si forma e che compare ai nostri occhi, il quale lo stesso Giovanni cita come castigo eterno per la bestia e il falso profeta (Ap. 19,20) , a cui, poi, si aggiungerà satana stesso. Di essi, sarà proclamata la damnatio memoriae, per i secoli dei secoli, nemesi perfetta di un crimine che solo sulla carta lo si riteneva tale.

Apocalisse 12,15: serpente, non drago. Un particolare che fa la differenza

Sul finire di Apocalisse leggiamo l’ammonimento a non togliere nessuna parola dal libro profetico (Ap. 22,19). Giovanni è chiaro: avverte il lettore che ogni parola lì contenuta è importante. Questo ci autorizza a pensare che sia importante anche per lui, che scrive, per cui ogni parola che egli utilizza ha uno scopo, una funzione e un preciso significato. Se non fosse così che senso avrebbe l’ammonimento? Lui per primo è tenuto a mantenersi fedele al messaggio, alla rivelazione.

In questo senso, allora, dobbiamo prestare la massima attenzione a ciò che in Apocalisse leggiamo, certi che un sostantivo o un verbo, forse anche gli avverbi, non sono frutto del caso, della scelta, ma si muovono in un contesto ispirato che li rende insostituibili.

Ecco allora introdotto lo strano caso del capitolo 12 di Apocalisse che citeremo subito secondo la versione di CEI 2008

1 Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, 8ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. 9E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. 10Allora udii una voce potente nel cielo che diceva:

“Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
perché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11Ma essi lo hanno vinto
grazie al sangue dell’Agnello
e alla parola della loro testimonianza,
e non hanno amato la loro vita
fino a morire.
12Esultate, dunque, o cieli
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è disceso sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo”.

13Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e inghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
18E si appostò sulla spiaggia del mare.

Vi prego di leggere attentamente la citazione, perchè anche a me, nonostante le innumerevoli letture, era sfuggito un particolare importantissimo che si cela proprio in un gioco di parole che riassumeremo.

Al versetto 9 Giovanni elenca i nomi con cui Satana è conosciuto. Essi sono: “grande drago”, “serpente antico”, “diavolo” e “Satana”. Se noi non consideriamo la “voce dal cielo”, il resto del capitolo descrive la vicenda che costituisce la trama del capitolo stesso. Ecco, se l’avete in mente vi renderete conto che il protagonista è il drago, perchè dei quattro sinonimi Giovanni usa (tranne una sola volta) sempre quel termine. L’unica volta che ricorre a un altro termine è alla fine del versetto 12,14 a cui segue il versetto 15 in cui invece scrive serpente. E infatti leggiamo che la Donna fugge lontana dal serpente, il quale subito vomita un fiume d’acqua con cui intende farla annegare..

Giovanni non avrebbe potuto di nuovo scrivere drago? Perchè in questo caso ricorre a serpente? Si potrebbe, sulle prime, pensare che l’uno vale l’altro, ma lo abbiamo scritto all’inizio del post che in Apocalisse le parole sono importanti e mai casuali, tant’è che l’evangelista stesso mette in guardia dal modificarle. Allora una spiegazione deve esserci e noi dobbiamo trovarla.

Sgombriamo subito il campo dai possibili dubbi citando il testo greco di Ap. 12,15, dove leggiamo bello chiaro

καὶ ἔβαλεν ὁ ὄφις ἐκ τοῦ στόματος αὐτοῦ ὀπίσω τῆς γυναικὸς ὕδωρ ὡς ποταμόν, ἵνα αὐτὴν ποταμοφόρητον ποιήσῃ.

per cui è proprio il serpente la bestia in questione. Adesso non rimane che affidarci alla lettura ghematrica di ὄφις (serpente) onde evitare facili soluzioni.

Il valore ghematrico di ὄφις è 586 (lo stesso valore lo troviamo in Gerusalemme scritto in ebraico) che noi, per le ragioni che illustrerò in seguito, leggeremo come 586 a.C., data dell’esilio babilonese che tutti, tranne questo blog e la WT (qui bisognerebbe fare un discorso a parte, ma non è il caso), giudicano data assoluta. Essa però è una data storica, non biblica perchè abbiamo innumerevoli volte scritto (fra i vari post leggi questo) che la cronologia biblica non conosce quella data, ma bensì il 505 a.C.

In particolare abbiamo sempre scritto che quel 586 a.C. scoordina totalmente l’asse cronologico biblico, tanto che abbiamo sempre gridato al grande falso, forti anche degli studi di R. Newton, il quale ha denunciato la cronologia tolemaica come la “più grande truffa della storia della scienza”.

Se già di per sè la faccenda diviene interessante, lo è ancor di più se consideriamo l’azione che vede coinvolto il serpente, cioè quella di vomitare un fiume d’acqua dalla sua bocca. In apocalisse quel fiume compare come ποταμός (fiume) il cui valore ghematrico è 567, che noi di nuovo interpreteremo come 567 a.C., cioè l’anno esatto descritto dal VAT 4956 in cui è descritta l’eclissi avvenuta nel 37° anno di regno di Nabucodonosor, la quale uniforma proprio la datazione storica dell’esilio. In altre parole ciò significa che è proprio grazie al 37° anno di regno di Nabucodonosor che è possibile stabilire la data assoluta del 586 a.C., che non a caso è definita tale, derivando da un’osservazione astronomica.

Cominciate a scorgere il motivo per cui Giovanni ha usato ὄφις invece che δράκων (drago)? Non è un caso, non ha scelto a discrezione, ma ha volutamente usato ὄφις perchè ὄφις doveva essere, affinchè il “giochetto” funzionasse, cioè che fosse chiaro che quella datazione è assolutamente falsa, tant’è che “esce” dalla bocca del “serpente antico”. Non a caso la Bibbia ha tutta un’altra datazione per l’esilio.

Ma c’è di più, sebbene quello appena scritto sia già abbastanza. Se indaghiamo a fondo ci rendiamo conto che i protagonisti del capitolo sono: la Donna, il serpente e il figlio (lasciamo per un attimo da parte Michele). Il figlio maschio nel testo greco di Apocalisse compare come υἱός, il cui valore ghematrico è di 486, cioè quel 486 a.C. che, conti alla mano (523 a.C [primo anno di regno di Nabucodonosr secondo la nostra cronologia] – 37 [37° anno di regno di Nabucodonosor] = 486 a.C. ) è l’esatta datazione biblica dell’eclissi descritta dal VAT 4956.

Come vedete, dietro a un semplice scambio di nomi si cela quello stesso intrigo che Newton ha cercato di denunciare; quello stesso intrigo che rende la cronologia biblica caotica e contraddittoria e costretta a strisciare ai piedi del secolo. E qualora vi chiedeste per quel motivo la datazione dell’esilio sia così importante, vi risponderei dicendo che la data dell’esilio costituisce la porta vetero testamentaria dove s’inserisce la “chiave di Davide“, perchè Matteo è chiaro quando scrive che 14 generazioni passano da “Gesù a Babilonia”, cioè che 14 genrazioni di 35 anni uniscono i punti cronologici menzionati (Gesù e Babilonia). 14 generazioni di 35 anni costituiscono un periodo di 490 anni, quando 490 è la ghemarria della locuzione greca di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide).

L’esilio, dunque, costituisce la “porta”, cambiata la quale la “chiave di Davide” e il suo possesso sono inutili e il Cristo non ha accesso alle Scritture vetero testamentarie, rimanendo privo delle Sue origini e della Sua storia.

Qualche considerazione credo si debba fare anche per l’interpretazione cronologica del dato ghematrico. Non è una mia scelta, ma è dovuta al fatto che l’incarnazione è Dio che si è fatto uomo, si è fatto storia, la quale ha come solida base la cronologia. Senza la cronologia non c’è storia; senza di essa  non c’è neppure profezia. Dunque è la cronologia l’essenza della storia, anche quella di Gesù Cristo, di cui traccia la via razionale alla Sua conoscenza.

Non a caso si è cercato, come dimostra questo post, di confondere quella via, onde creare un labirinto inestricabile dove spesso la ricerca si è persa, senza mai rendersi conto che quel caos era scientifico. La cronologia emerge dalla lettura ghematrica per ristabilire l’ordine, per ristabilire la via razionale alla conoscenza di Dio, senza la quale ci affatichiamo invano nell’attesa della grande impostura, quando essa è già in atto ed è la negazione di ogni via razionale che conduca a Dio.

Concludo dicendo che è vero: ogni parola in Apocalisse è importante e se tale importanza ci è sfuggita per cento volte, può capitare di comprenderla appieno alla centounesima. Serpente, non drago…e bravo Giovanni!

 

Abramo o Mosè? L’inquietudine del falso

moseLa questione legata alla genealogia di Gesù, per come presentata da Matteo (ma anche da Luca), è molto controversa, ma credo si possa affermare che essa s’incentri esclusivamente sull’uso genealogico che gli evangelisti espongono.

Questo blog, tuttavia, ha evidenziato anche un uso cronologico, affermando addirittura che esso sia quello più importante perchè è attraverso il calcolo delle generazioni presentate da Matteo che si può non solo ricostruire la cronologia biblica, ma anche collegare la cronologia neo-testamentaria quella vetero testamentaria, dando così un senso nuovo alla lista degli antenati di Gesù.

Quel calcolo generazionale evidenzia che le tranches di 14 generazioni tra Gesù e Babilonia e da Babilonia a Davide danno luogo a un preciso periodo di anni, cioè 490 per la prima tranche, e 486,6 mesi per la seconda (da Babilonia a Davide). Tutto questo non rimane nell’alveo delle ipotesi, perchè è possibile, calcolando esattamente gli anni di regno di tutti i re di Giuda, verificare l’ipotesi dei 490 anni, che divengono, in ottima approssimazione, 484,6 mesi ; mentre la prima tranche trova conferma in una cronologia lunga (1500 anni) che ha proprio la sua chiave nei 490 anni esatti da Cristo a Babilonia

Del resto che la lettura cronologica di Mt. 1,17 sia la chiave per qualsiasi calcolo è anche confermato dalla lettura ghematrica di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide) che dà luogo proprio a 490, quando poco sopra abbiamo scritto che tale arco di tempo moltiplicato per 2 collega Cristo a Davide stesso, come indica, appunto Matteo.

Tuttavia sorge un problema: se Matteo è stato così preciso per le prime due tranches, come mai compie un salto nel vuoto quando calcola 14 generazioni da Davide ad Abramo? Voglio dire: come mai l’uso e la finalità cronologica si perdono così malamente? Possibile che Matteo (ma anche Luca) colleghino con sole 14 generazioni Davide ad Abramo? Che ne è, ad esempio, della permanenza in Egitto degli Ebrei, riassunta solo da qualche generazione quando essa dovette essere di alcuni secoli?

Come vedete sono domande lecite a cui cercheremo di dare una risposta, ipotizzando, come con Ciro e in Lc. 3,23, che qualcosa potrebbe essere accorso al testo biblico, in cui una mano sapientemente stupida ha manomesso i termini della questione genealogica e, più ancora, cronologica. Non è cosa nuova a questo blog che da sempre denuncia la pesante manomissione della Bibbia, che obbliga colui che la legge a ben guardarsi dalle facili conclusioni, le quali molto spesso o accusano gli autori biblici o i copisti, quando io credo spesso non abbiano alcuna responsabilità.

Adesso non rimane che occuparci dei calcoli, non prima di aver ipotizzato che laddove in Mt. 1,17 leggiamo Abramo in origine fosse scritto il nome di un altro personaggio biblico di spicco, cioè Mosè. Stando a questo calcolo abbiamo che da Gesù a Mosè passarono 3×14 generazioni di 35 anni, cioè 1470 anni che partono dal 15 a.C., data di nascita del Messia, mentre quella di Mosè si collocherebbe nel 1470+15=1485, cioè nel 1485 a.C..

Avendo questo blog già calcolato l’ingresso in Palestina, avvenuto nel 1385 a.C., possiamo calcolare anche la data di morte del protagonista dell’Esodo, cioè quello stesso anno, a un’età complessiva di 100 anni. E il fatto che Dtr. 34,7 indichi l’età di Mosè al momento della morte a 120 anni non credo crei grossi problemi nell’ottica di questo blog che ci va cauto con le cifre contenute nella Bibbia, circa le quali, per le ragioni sopra esposte, si deve saper distinguere tra ciò che è rimasto integro rispetto alla sistematica falsificazione del contesto cronologico e ciò che invece è andato perduto.Tra l’altro non ha molta importanza se Mosè visse 100 o 120 anni, importante, io credo è quanto segue e frutto del calcolo ghematrico che avvalora l’anagrafe di Mosè per come illustrata sia in questo post, sia nel post dedicato all’Esodo.

Infatti il calcolo ghematrico che sto per proporre non si basa, com’è nostra regola, su un nome proprio qualsiasi o un infinito qualunque, ma verte proprio sul protagonista, cioè in Mωϋσῆς (Mosè). Chi altri ci potrebbe esattamente suggerire la soluzione, sebbene frutto della ghematria? Non è forse Mosè colui del quel stiamo parlando? Bene, allora, lasciamolo parlare e che ci illustri la sua biografia!

Mωϋσῆς ha un valore ghematrico di 1454 e sin da adesso è possibile notare che esso si propone come valore mediano nell’anagrafe di Mosè sopra ricostruita, che vede la nascita nel 1485 a.C. e la Morte nel 1385 a.C. per cui quel 1454 a.C. indica una data nel bel mezzo di un’anagrafe precedentemente e indipendentemente ricostruita. Non cadiamo in nessun orrido senza senso, ma tutto, già a colpo d’occhio, appare armonico. Bisogna allora chiedersi cosa possa fare del 1454 a.C. una data cardine nella biografia di Mosè, la quale io credo potrebbe coincidere con il suo ritorno in Egitto e la sua ascesa a leader.

Credo sia possibile sostenere questo perchè l’Esodo lo calcoliamo nel 1425 a.C. ed esso è il suo compimento vittorioso sulla tenacia del faraone. Questo, è ovvio, obbliga a ripensare i termini dello scenario cronologico delle dieci piaghe, le quali non sono altro che lo strumento con cui Dio ha vinto l’ostinazione di Tuthmose III.

In altre parole significa che ci fu una lotta di (1454-1485=31) 31 anni tra Dio e faraone, ma questo non ci deve assolutamente sorprendere perchè è alla luce di Dn. 10,13 che veniamo a conoscenza dei possibile lunghi tempi in certe contese. Infatti Michele non lottò 21 giorni con il principe di Persia? Non abbiamo forse dimostrato che quei 21 giorni coincidono con il digiuno di Daniele? Non si trattò di 21 anni? Certo, per cui si può benissimo pensare che come l’angelo lottò con il principe di Persia 21 anni, così Dio fece la Sua volontà, cioè piegò quella di faraone in 31 anni. Anche se volessimo dare una lettura politica delle piaghe d’Egitto, sarebbe comprensibile immaginare che la libertà di un popolo non la si conquista in alcuni mesi, ma con anni e anni di durissima lotta, in questo caso 31.

Come credo sia chiaro, sebbene l’ipotesi del falso nella genealogia Matteana -ma anche lucana- si sia avvalsa di elementi molto particolari -ma anche assolutamente noti al blog- non ci ha condotto a forzare nessun termine per la soluzione finale; mentre dalla lettura ghematrica di Mωϋσῆς è venuta la conferma non solo di una biografia, ma di un’intera cronologia nascosta dietro gli intricatissimi rami di un albero genealogico potato in maniera tale da alterarne l’architettura originaria.

Essere ancora più precisi credo non sia ancora possibile, anche se lo vorremmo, tuttavia mi pare di potere dire che abbiamo raggiunto lo scopo di far dubitare delle confuse apparenze di una genealogia, perfetta per due terzi, maldestramente approssimata (falsata) nel terzo restante .