I Re e la prova regina

reginaL’insolito traffico sulla pagina dedicata ai Re di Giuda e Israele, la quale ha visto aumentare le visite notevolmente, mi spinge a dedicare poche, ma necessarie parole su quell’argomento.

Questo blog afferma che la Bibbia abbia subito pesanti manipolazioni con l’unico scopo di screditarla e con essa il Testamento che indicava in Gesù l’erede legittimo. Molte sono le prove di ciò, ma quella più evidente è contenuta nei Re.

Infatti, a fronte di una scaletta basata sull’anno di accessione al trono, abbiamo anche il calcolo che il deuteronomista compie per fornirci gli anni di regno di tutti i re di Giuda e Israele.

La tabella linkata mostra chiaramente che, nonostante lo debbano, le due scalette non coincidano, tanto che sono presenti, tra moltissimi altri, errori anche di 25 anni. Inoltre quella basata sull’anno di accessione presenta tutti i sincronismi che gli studiosi, stranamente, dicono essere mancanti. Dunque essa è perfetta, mentre quella che fa riferimento al calcolo no.

Le ipotesi che possono dare una soluzione al problema delle differenze che si generano sono sostanzialmente tre:

  1. Il deuteronomista si è accinto a scrivere la cronologia dei regnanti di Giuda e Israele senza essere in possesso delle più elementari nozioni di calcolo. Questa ipotesi, se accettata, è inquietante fino al punto da gettare una pessima luce su tutta la Bibbia che, seppur chiamata Sacra Scrittura perchè ispirata da Dio, è stata affidata ad asini incoscienti. Credo, quindi, che si debba scartare questa ipotesi.
  2.  Nelle diverse operazioni di copiatura, la distrazione ha giocato un brutto tiro. Beh, questo sarebbe plausibile, se non che la distrazione non seleziona i propri obbiettivi e  colpisce a casaccio. Bisogna chiedersi, allora, come mai nella scaletta basata sull’anno di accessione non vi siano errori, neppure uno. La domanda è lecita come la risposta è ovvia: non è colpa della distrazione
  3. I libri dei Re sono stati manipolati, deturpati, mutilati, profanati . Questa è l’unica spiegazione che rimane in piedi anche alla luce di altri casi che questo blog ha messo all’attenzione, come il falso di Ciro, dove non si è solo falsificata la Bibbia, ma si è pensato bene d’inventare pure la storia: quella di Ciro

Ecco, se uno cerca la prova più semplice ed evidente della falsificazione della Bibbia, la cerchi nei Re perchè lì c’è la prova regina

Antipa e la fedele testimonianza: una lettura ghematrica di Ap. 2,13

antipasAbbiamo già esaminato alla luce della ghematria il mistero che circonda Antipa (Ἀντιπᾶς) e siamo giunti alla conclusione che egli è la metafora della verità negata, uccisa. Ci ha condotti a questa conclusione quel 448 che è il valore ghematrico del nome proprio, quando la cronologia di Dio calcola, unica nel panorama degli studi, la fine dell’esilio babilonese proprio nel 447/448 a.C. (stando a Dn.1,1 la fine dell’esilio sarebbe esattamente nel 448 a.C., segnando così la differenza di un anno con Ger. 25,1).

Brevemente credo sia utile ricordare che quel 447/448 a.C. è un caposaldo della nostra cronologia e non solo ciò che la contraddistingue. Ricordiamo questo perchè è bene sottolineare che l’importanza del personaggio (come vedremo tra poco ancor meglio evidenziata dall’appellativo che l’accompagna) fa il paio con l’importanza dell’avvenimento, tutte cose che illuminano una ratio ben precisa.

Affrontiamo adesso l’appellativo di Antipa, cioè quel ὁ μάρτυς μου, ὁ πιστός μου (il fedele testimone di Ap. 2,13) ricorrendo anche in questo caso alla ghematria e completando così l’esame del versetto che ci parla di Antipa. Μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele), considerati alla luce della ghematria, danno rispettivamente valori di 847 e 666. Se la seconda cifra sin da subito attira la nostra attenzione, per comprendere la prima bisogna fa riferimento alla cronologia di 1-2 Re secondo la cronologia di Dio, cioè quella ricostruita e seguita da questo blog. Affronteremo, allora, dapprima μάρτυς (testimone); poi ci concentreremo su πιστός (fedele) e da ultimo cercheremo una sintesi alla luce di Antipas.

Abbiamo visto che 847 è il valore ghematrico di μάρτυς (testimone) ma ha pure un valore cronologico che fa divenire la cifra l’847 a.C. (chi nutrisse dubbi sul metodo è bene ricordi che in primis la Bibbia  è storia della salvezza, per cui poco c’è da meravigliarsi che anche la ghematria serva allo scopo disegnando un quadro cronologico, cioè quello vero).

L’847 a.C. è l’anno esatto di unzione di Giosafat (vedi tabella) che avvenne quasi  solo un secolo dopo il primo anno di regno di Salomone secondo la nostra opinione (949 a.C.). Il fatto che questa data emerga dalla lettura ghematrica di μάρτυς (testimone) fa sì che sia possibile pensare alla validità di tutto l’impianto cronologico di 1-2 Re per come noi lo abbiamo ricostruito. E non è un caso, quindi, che solo con il 945 a.C. ( quarto anno di regno di Salomone dal quale dipende in modo assoluto l’847 a.C. di Giosafat, essendo i regni di Giuda, nel loro inizio e nell loro fine, l’uno vincolato all’altro) permette, ad esempio, una cronologia del secondo tempio perfetta, nel rispetto anche del Seder Olam Rabbath.

Alla luce di tutto questo emerge con chiarezza che la testimonianza -che vedremo fedele- riposa in una storicità e in una dignità che si vorrebbe perduta, ma che ancora 1-2 Re conservano e offrono. Ed è quell’847 a.C. e ciò che significa la testimonianza fedele la quale, seppur impugnata storicamente, emerge se considerata nella sua luce naturale, cioè quella biblica.

Ma abbiamo scritto che la testimonianza è anche fedele, quando però πιστός (fedele) presenta un valore ghematrico inquietante, presentando un 666 che è il marchio della bestia (Ap. 13,16) che sale dal mare, cioè l’epifania del male che mal si concilia con la fedele testimonianza di Gesù Cristo.

Per venire a capo di quella che appare essere la più classica delle contraddizioni in termini e nella sostanza dobbiamo collocare quel πιστός (fedele) nel suo versetto e poter così comprendere che quella fedeltà è mostrata laddove satana ha il suo trono e la sua dimora (Ap. 2,13), quella stessa dimora e quello stesso trono che decreteranno la morte di Antipas, la quale non è più però un mistero perchè è proprio quel 666, quel marchio la causa.

Infatti in Ap.20,4 leggiamo che la bestia che sale dal mare metterà a morte tutti coloro che non avranno adorato la bestia e non avranno ricevuto il suo marchio. Antipas, come fedele testimone di Gesù, non può assolutamente aver fatta né l’una, né l’altra cosa e ciò è certamente la causa della sua morte.

In conclusione, quel 666 che emerge dalla lettura ghematrica di πιστός (fedele) fa luce sulle ragioni della morte di Antipa e sulle ragioni, tornando un attimo sulla metafora che egli rappresenta, di una verità storica negata.

μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele)sono, dicevamo, gli appellativi del nostro “eroe”, per cui tutto ruota attorno alla sua figura ancora avvolta nel mistero se non interpretiamo il tutto come metafora. Antipa è la verità in un contesto di menzogna che esige la stessa fedeltà della verità, tanto da marchiare chi la accetta e da uccidere chi  la rifiuta. Quel 666 di πιστός, allora, fa luce su gli uni e su gli altri, sulla menzogna e sulla verità e sul perchè Antipa deve morire.

Le chiavi della morte e degli inferi

chiaviUna versione CEi della Bibbia mi aveva fatto passare per inosservate le chiavi citate in Apocalisse 1,18, cioè quelle della morte e della distruzione. Infatti ci eravamo già occupati delle chiavi di Apocalisse Cominciamo col citare il versetto 1,18 di Apocalisse, dove leggiamo

Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi (CEI 2008)

Il simbolo della chiave, almeno nella sua lezione principale, è potere, in questo caso sulla morte e sugli inferi, così almeno s’intende. Tuttavia ci chiediamo se sia possibile una lettura ghematrica, ormai solita a questo blog.

In questo senso le parole chiave che c’interessano sono tre: chiave (κλείς); morte (θάνατος) e inferi (ᾅδης) che non considereremo a se stanti, ma come facenti parte di un unico ghematrico. In altre parole sommeremo i rispettivi valori ghematrici dei termini in esame .

E’ così che otteniamo un totale di 527  che noi, come abbiamo sempre fatto, interpreteremo cronologicamente per giungere al 527 a.C. che è l’esatto anno di ascesa al trono di Joaikim, seguendo la tabella dei re di Giuda e Israele da noi stilata e contenuta anche nella cronologia di Dio che ne illustra la genesi.

Quel 527 a.C. non fu un anno qualsiasi perchè è da quell’anno che è possibile calcolare il primo anno di regno di Nabucodonosor seguendo Ger. 25,1 in cui leggiamo che il primo anno di quel re coincide con il quarto di Joaikim.

Nabucodonosor -forse è addirittura inutile ricordarlo- segna tutte le vicende legate all’esilio babilonese e dunque fu un protagonista della storia ebraica e biblica. Ma non solo: è grazie al calcolo preciso del primo anno di regno regno di Joaikim e conseguentemente al primo anno di regno di Nabucodonosor che possiamo stilare la scaletta di tutti gli interventi babilonesi contro Gerusalemme, come dimostra la tabella seguente:

ger 25,1 Dn 1

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM) 523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°                                  “                               “ 516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°                              “                               “ 505 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°                               “                                “ 500 a. C. (Ger. 52,30)

E’ dunque grazie a quel 527 a.C. che si possono ridisegnare cronologicamente tutte le tappe che segnarono le varie deportazioni che costituiscono il dramma dell’esilio babilonese.Se tutto ciò fa di quell’anno un anno fondamentale, ancora tuttavia potrebbe sfuggire il nesso tra cronologia e simbolo, per cui non rimane che far notare come quelle chiavi della morte e degli inferi siano il significato di ciò che compare come morte e inferi (distruzione), cioè dell’esilio. Dunque non a caso la loro ghematria coincide con il 527 a.C. che abbiamo detto segna tutti i tempi delle vicende esiliche.

Ma al di là di tutto questo, c’è anche un’altra chiave, stavolta di lettura che fa riferimento al potere all’autorità che conferiscono le chiavi. Se la  ghematria di “chiavi della morte e degli inferi” è 527 e se quel 527 riconduce al 527 a.C., alla luce di quanto scritto sopra emerge l’autorità storica, cioè la verità storica che segna per l’esilio ben altre date rispetto a quelle sinora in uso, che mai si sognerebbero di datare il primo anno di regno di Nabucodonosr nel 523 a.C. (se non altro perchè storicamente l’editto di Ciro è datato nel 538 a.C.).

L’unica cronologia che può andare d’accordo con l’autorità di Cristo e le Sue chiavi è la cronologia di Dio, che non a caso propone, meglio, ripropone l’originale cronologico biblico dal 70 d.C. fino all’esodo secondo una tempistica del tutto alternativa a quella storica.

In un’ottica di potere, autorità e verità storica, ci chiediamo allora se sia un caso che biblicamente, come dimostra la tabella sopra, la deportazione e distruzione di Gerusalemme avvennero nel 505 a.C, mentre per la “storia” ciò avvenne nel 586 a.C., quando 586 è la ghematria di ὄφις (serpente)

 

1260 giorni, ossia 36 generazioni nel deserto

donnaIl fascino che esercita Apocalisse non si ferma alla ricchezza dei simboli, ma coinvolge pure i numeri. Mi viene in mente il settenario delle chiese, quello dei sigilli, delle trombe e delle coppe; nonché il celeberrimo numero della bestia, cioè il 666.

A questi se ne aggiunge uno di numeri: i 1260 giorni che segnano la permanenza della donna vestita di sole nel deserto (cfr. Ap. 12,1). Essi non ricorrono sempre in maniera così esplicita, ma sono riassunti anche da una locuzione temporale, cioè “un tempo, due tempi e metà di un tempo” (cfr. 12,14). Ma non solo.

Infatti 1260 giorni/anni corrispondono a 36 generazioni, se una generazione consiste di 35 anni. Ed è così, lo abbiamo visto con il calcolo delle 14 generazioni di Matteo 1,17, grazie alle quali è possibile saldare il Nuovo testamento all’Antico. Infatti quei 490 anni (14×35=490) collegano Gesù a Babilonia, come richiede la prima tranche di Mt. 1,17 (Cfr La cronologia di Dio).

A prima vista calcolo arbitrario (nella Bibbia si citano altri casi in cui una generazione è superiore o inferiore a 35 anni), tutto ciò diviene verificabile alla luce di 1-2 Re, in cui è possibile, calcolando e sommando tutti gli anni di regno dei re che si sono succeduti sul trono di Davide, verificare l’ipotesi, cioè che una generazione coincida con 35 anni (vedi link sopra).

Se calcoliamo come sopra indicato, ci accorgeremo che una generazione conta 34 anni e 6 mesi, perché la somma dei regni da Davide all’ultimo anno di regno di Sedecia (seconda tranche di 14 generazioni seguendo sempre Mt. 1,17) è di 484 anni e 6 mesi, cioè un’ottima approssimazione dei 490 cercati (tale differenza si annulla nella prima tranche, cioè per il periodo che va da Gesù a Babilonia).

Da tutto ciò emerge chiaramente che 35 anni (se vogliamo il numero 35, che è divisibile per 7, quando il 7 è biblicamente il numero della perfezione) sono un tempo profetico, tanto che non a caso moltiplicandolo per le 14 generazioni matteane (di nuovo 7 moltiplicato 2) otteniamo un tempo assolutamente profetico, perchè il prodotto è 490, quando non solo 490 anni sono quegli stessi anni della profezia delle 70 settimane di Daniele, ma  490 è anche il valore ghematrico di κλείς e Δαυίδ (chiave di Davide).

Non crediamo, dunque, che sia un caso che quei 1260 giorni/anni siano perfettamente divisibili per 35 e ottenere 36 generazioni, perchè pure i 1260 giorni/anni sono un tempo profetico. Crediamo anche che quei 35 anni siano una misura aurea all’interno dei Vangeli, misura sebbene espressa con “generazione” (interessante è pure l’uso che ne fa Luca dando un preciso taglio cronologico al suo Vangelo).

Pur non avendo risolto il mistero che circonda la Donna vestita di sole e la sua permanenza nel deserto, crediamo di aver data una nuovo possibilità di comprensione di ciò che compare sotto varie locuzioni e numeri, cioè 1260 giorni/anni, che sono sì “un tempo, due tempi e metà di un tempo”, ma anche 36 generazioni.

Il secondo tempio, Davide e la sua ghematria

davideQuesto blog si è più volte occupato della “chiave di Davide” (κλείς Δαυίδ) citata da Ap. 3,7 In sintesi abbiamo mostrato come il suo valore ghematrico sia 490, cioè un tempo profetico perchè coincidente con quello indicato dalla profezia delle 70 settimane di Daniele. Ma non solo: abbiamo anche mostrato che quei 490 anni sono anche alla base di ogni calcolo che voglia collegare la cronologia interna del Nuovo Testamento all’Antico. Infatti così si esprimono le 14 generazioni di 35 anni (14×35=490) presenti in Mt 1,17.

Tuttavia κλείς Δαυίδ è la somma ghematrica di un sostantivo e un nome proprio, quando quest’ultimo (Δαυίδ, Davide) può ben comparire a se stante in un quadro ghematrico, non solo per la sua importanza, ma anche per il suo proprio valore ghematrico che è 419.

Per comprendere tutto questo è bene precisare che nel post ricorreremo alla datazione doppia, cosa non sconosciuta agli studiosi i quali, ad esempio, vi ricorrono per il calcolo degli anni sabbatici. Essa è necessaria cominciando l’anno ebraico nel mese di settembre dell’anno gregoriano e dunque a cavallo di due anni.

Abbiamo scritto che Δαυίδ ha un valore ghematrico di 419 che se inteso come 419 a.C. è quasi coincidente con il 418 a.C. come “sesto di Dario” (Esd . 6,15),quando Esdra non  specifica se primo o secondo, tanto che la “cronologia di Dio” ha da sempre indicato che si tratta di Dario secondo, seguendo una cronologia interna (l’originale) ai Vangeli e alla Bibbia.

Il 419 a.C. sarebbe, introducendo la datazione doppia, di per sé già esatto ma noi proporremo un calcolo del tutto particolare che annulla la nostra approssimazione iniziale (datazione doppia) riferendoci al Seder Olam Rabbath che indica 480 anni tra il primo e il secondo tempio.

Le fondamenta del tempio salomonico furono gettate nel quarto anno di regno di quel re cioè, seguendo la tabella della cronologia di Dio, nel 945 a.C. A questa data bisogno togliere i 480 anni e ottenere 465 a.C. come settimo di Artaserse, anno in cui Esdra rientra con lo scopo di riedificare il tempio (cfr, Esd 7,7). Poche parole vanno spese per giustificare i primo anno di regno di Artaserse nel 472 a.C. (l’ottimale sarebbe il 471/472 a.C.)  la cronologia fa sempre riferimento a questo anno per i suoi calcoli e questo, unito al fatto che tale datazione è assolutamente storica, proponendo gli studiosi un range tra il 465 a.C. e il 475 a.C. per il primo anno di regno di Artaserse, credo sgombri il campo ai dubbi circa la sua validità.

Rientrando Esdra nel 465, dobbiamo scalare i 46 anni che Gv. 2,20 indica come quelli necessari alla ricostruzione del secondo tempio (per le questioni inerenti vedi cap. 5 della cronologia di Dio) e ottenere il 419 a.C. come ci eravamo proposti sommando le lettere che compongono Δαυίδ . Inutile aprire alle implicazioni teologiche (non è il nostro compito) che emergono tra il valore ghematrico di Δαυίδ e il tempio. Importante è semmai sottolineare come la ghematria faccia luce sulla cronologia che lega il primo al secondo tempio a una figura assolutamente fondamentale della’intera Scrittura: Davide. E tutto questo ci dice che siamo nel giusto.

 

Mammona e il demone del tempio

mammonaC’è un demone che si aggira nei Vangeli e il suo nome è Mammona. Altrettanto non si può dire del suo volto, rimasto ancora sconosciuto, se non ci accontentiamo della lunghissima serie dei tentativi che hanno cercato di darglielo.

Partiamo subito col dire che “Mammona” è sparito da CEI 2008 che si accontenta di un generico “ricchezza”, come se in questo caso la precisione di un nome proprio fosse di troppo.

Mammona è la ricchezza, ma questo ci obbliga a chiederci chi detiene quella ricchezza; Mammona è l’avidità, ma anche questo ci obbliga a chiederci chi siano gli avidi, i quali avranno pur sempre un nome e cognome.

Ecco, noi cercheremo di venire a capo dell’anonimato che circonda questo demone e dargli un volto, certi che, se citato da Gesù, ce l’abbia. E infatti ce l’ha.

Principalmente Mammona ricorre in Mt. 6,24 e Lc. 16,13 dove leggiamo, citando Matteo

Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona.

Come nostro solito ricorriamo alla ghematria per risolvere l’enigma, la quale ci consegna un valore di 938 per μαμωνᾶς (Mammona) che noi, di nuovo come nostro solito, trasformeremo in 938 a.C.

Il 938 a.C. è l’anno in cui, secondo la cronologia di Dio, si conclusero i lavori al tempio (vedi tabella) e questo potrebbe alimentare qualche dubbio visto che la tabella dei valori ghematrici  mostra che i sostantivi e i verbi dal significato negativo si concentrano in stragrande maggioranza sulla colonna che riassume le date storiche, cioè secolari; mentre quelli positivi cadono in quella che riassume le date della cronologia di Dio. Ma non è così, perchè si deve contestualizzare.

Abbiamo detto che siamo alla ricerca del volto di Mammona, ma un volto che deve essere familiare alle Scritture, dal momento che è Gesù a citarlo. Ovvio che esso riconduca alle Scritture, in questo caso riconduca al tempio salomonico.

Contestualizzare non significa fermarsi solo a questo, ma significa anche estendere lo sguardo anche ai versetti che fungono da corollario, quali ad esempio Mt 16,16-19 dove leggiamo

Guai a voi, guide cieche, che dite: Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato.  Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro?  E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta?

Da questo versetto appare subito chiaro che il tempio non è più la casa di Dio, ma di Mammona che fa fede agli impegni al posto di Jahvè.

Oppure vogliamo citare il versetto seguente a Lc. 16,13, dove Gesù cita Mammona, come introduzione all’invettiva contro i Farisei “amanti del denaro” (Lc. 16,14)?

Dalle due citazioni s’intuisce un cotesto in cui il protagonista è Mammona, colui cioè che ha corrotto il tempio e i suoi frequentatori: i Farisei, dottori della Legge. Ma è quello stesso tempio che decreterà la morte di Gesù, come è lo stesso tempio a cui si contrappone Gesù nuovo tempio (cfr. Gv2,20).

Dunque è il tempio il volto del male, il volto di Mammona e non è un caso che la ghematria lo riveli in tutta la sua tragica semplicità. In un contesto di ricchezza, Mammona non è mai un’identità generica, come in un contesto evangelico un demone non è mai citato se non per riassumerne la natura e caratterizzarne il volto (vedi Belzebù)