Giovanni e i Nicolaiti, il sorriso prima del dramma

Il rischio che uno si assume affidandosi al calcolo ghematrico consiste nel dato secco, freddo che esso ti indica. In pratica corri il rischio di essere smentito e, visti contenuti di Apocalisse, accusato. Puoi sempre confidare nelle tue buone intenzioni, avere la certezza che ciò non accada, ma niente te lo garantisce.

E’ così che ieri sera, affrontando il problema dei Nicolaiti, sono letteralmente rimasto a bocca aperta. Νικολαΐτης (Nicolaiti) di Ap. 2,6 ha un valore ghematrico identico alla datazione dell’esilio babilonese riportata dalla cronologia di Dio. Esso è 506, cioè la stessa cifra che da sempre io indico come inizio dell’esilio, cioè il 505/506 a.C.

Capite che c’è da cadere in un profondo imbarazzo, perchè il versetto citato ci dice che le opere dei Nicolaiti sono detestate da Dio. Ho rifatto il calcolo una decina di volte nella speranza di essermi sbagliato, ma il calcolo era esatto. Che fare? mi son chiesto.

I Nicolaiti erano coloro che negavano la divinità di Gesù e il fatto che il calcolo ghematrico mi mettesse alla loro stregua mi ha colto di sorpresa, basti pensare che il titolo del mio principale studio è “La cronologia di Dio…”, per cui sin da subito io affermo la divinità di Colui che il protagonista di quelle pagine.

Inoltre avendo interpretato in senso decisamente messianico Dn. 9,24, cioè la profezia delle 70 settimane, rimarrebbe difficile accusarmi di scopi diametralmente opposti. Casomai sono coloro che riducono la profezia ai tempi maccabici e che vedono l’unto ucciso in Onia III che possono essere accusati di ciò, se non altro perchè, forzando il testo, fanno sì che Onia, un sacerdote, sia in grado di stabilire una “giustizia eterna” come vuole la profezia.

Infine, tutto il mio lavoro fa salve le profezie, sostenendo, quindi, che esistono uomini di Dio e che, dunque, esiste Dio.

Tutto questo, però, se mi mette al riparo dalle possibili accuse, non spiega come il dato ghematrico che emerge da Νικολαΐτης coincida con un punto fondamentale del mio lavoro.

Convinto dalla mia buona fede, ho cercata quella risposta, ho cercata una spiegazione ed essa l’ho trovata in un tratto caratteristico dell’opera di Giovanni: la sua ironia che, appunto, gli studiosi chiamano “ironia giovannea”.

L’ironia è una figura retorica seconda la quale si crea discontinuità tra il significato apparente di una parola o locuzione e quello reale, creando situazioni comiche. Un passo celebre dell’ironia giovannea è quando Caifa, dicendo che è bene che muoia uno solo al posto di un’intera nazione, crea sì i presupposti per l’omicidio di Gesù, ma al contempo lo rende profeta della sua stessa sciagura, perchè avvera la profezia (Gv. 11,50-52). Giovanni lo dice chiaro in quel passo che Caifa profetizzò, ma lo dice in senso ironico perchè profetizzò contro se stesso, creando i presupposti di una situazione, paradossalmente, comica.

E che cosa è allora ciò che emerge da Νικολαΐτης se non ironia giovannea? Se i Nicolaiti negavano la divinità di Gesù, quale altra ironia si può riservare loro se non quella di renderli essi stessi veicolo e dimostrazione della Sua divinità? Rendere i nemici di Cristo e della Sua divinità strumento per affermarla non crea la stessa identica situazione descritta citando l’episodio che vede coinvolto Caifa? Caifa profetizza la sua sciagura, i Nicolaiti dimostrano, grazie al calcolo ghematrico, proprio ciò che vorrebbero negare e negano.

Io credo che così sia spiegato quel 506 a.C. che emerge da Νικολαΐτης. E’ ironia giovannea e quel qui pro quo dipende dall’umorismo di un apostolo che non smette mai di sorprenderci, perchè è con un sorriso che riesce, talvolta, a introdurre il dramma.

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