Le chiavi di cioccolata

Quando un libro biblico è definito teologico? In buona sostanza lo è quando l’elemento storico è reputato secondario dagli esegeti, quando cioè esso è solo un espediente per una riflessione certamente più importante, ma anche più astratta su Dio, la Sua volontà e le Sue leggi. Il dato storico, quindi, è solo la sottilissima cornice di un grande affresco che affronta le leggi di Dio come se fossero quelle degli uomini, cioè secondo il loro carattere di astrattezza e generalità.

In questo senso sono giudicati teologici i due libri dei Re, la cui natura e il cui scopo sembrano esulare da qualsiasi indagine storica, resa inefficace dal loro carattere “squisitamente teologico” come spesso lo si definisce. Ma è proprio così? Oppure si ricorre a quasta facile categoria del teologico solo perchè non siamo riusciti a penetrare l’opera? Nei Re certamente questo è successo, perchè più volte abbiamo lamentato l’incredibile: per la ricerca degli indispensabili sincronismi si sono usate cifre di seconda mano e per giunta sbagliate. Quando poi -ovviamente direi- i conti sono impazziti si è pensato di risolvere il tutto dichiarando la natura teologica dei libri in questione, i quali non lo erano e non lo sono, perchè se calcoliamo seguendo la scaletta dell’anno di accessione abbiamo visto che i calcoli tornano e i sincronismi ci sono.

Dunque quello di ricorrere al carattere teologico delle opere spesso è dovuto solo al fatto che risulta una facile via d’uscita per evitare le fiamme dell’incendio appiccato dalla superficialità di metodo. Se questo è successo nei Re, non potrebbe essere accaduto anche in tutti gli altri casi in cui l’esegesi ci narra di opere teologiche? Il Vangelo di Giovanni, ad esempio, ha avuta la stessa sorte o è veramente teologico, come si dice e scrive? E’ una domanda a cui va data una risposta perchè il silenzio, sulla scorta fatta con i Re, sarebbe imbarazzante. Proviamoci.

Io credo che che faccia al caso nostro Gv. 2,20 e i 46 anni che Giovanni dice essere occorsi per il Sancta Sanctorum (naos), mentre poco sopra ha, per riportarci l’episodio della cacciata dei mercanti dall’area del tempio, usa hieros. L’apostolo ha ben chiara questa differenza, ma essa è “teologicamente” sfuggita alla critica che invece considera quel naos come ieros, perchè tutti intendono quella cifra (46 anni) come necessaria alla ricostruzione di portici e colonnati, cioè all’area del tempio.

In parte ciò è dipeso anche dall’altra distrazione “teologica” che ha impedito di ipotizzare che Giovanni parlasse del tempio post esilico, mentre Flavio con i suoi 18 mesi, parlasse di quello erodiano. Distrazione del resto plausibile, perchè a monte ce n’è un’altra e ben più importante che fa capo ad un’affermazione di principio o, se volete, teologica: la Bibbia non ha una sua cronologia e dunque non ha una sua storia da raccontare o se ce l’ha è, appunto, teologica. Anche in questo caso, però, c’è da chiedersi se le cose stiano esattamente in questa maniera o se siamo ricorsi al teologico perchè assolutamente incapaci, dopo secoli, di venire a capo di questioni di cronologia biblica fondamentali, quali l’anagrafe di Gesù che la tradizione vuole fissata sui simbolici 33 anni complessivi di vita. gettando ombre inquietanti (teologiche) su dato anagrafico che credo non lo si debba considerare marginale o mero espediente per riflessioni più ampie.

Insomma naos e hieros hanno genitori illustri, i quali ignorano però che con quel 46, se si calcola esattamente il primo anno di regno di Artaserse, è possibile con estrema precisione cadere nel sesto anno di regno di Dario secondo per la dedicazione del secondo tempio e dunque veramente ci sono voluti 46 anni per la ricostruzione del secondo tempio (il settimo anno di regno di Artaserse, anno d’inizio lavori al tempio fu il 464 a cui togliamo 46 e otteniamo 418, il 418 a.C. sesto di Dario secondo).

Tutto ciò ci dice che l’elemento storico non è così trascurato da Giovanni, anzi, è estremamente preciso e non ha assolutamente l’intenzione di ridursi a espediente per riflessioni sul più e sul meno, come a volte si dà per scontato. Del resto è l’unico evangelista che ci fornisce gli estremi certi per la sua anagrafe, in particolare quello dell’età complessiva di 50 anni, dal quale è possibile non solo ricostruire la sua parabola terrena (anno di nascita, di morte e durata del ministero), ma anche e più, come ha dimostrato la cronologia di Dio, inserire la figura del Cristo nel contesto vetero- testamentario ed da lì far emergere l’originale cronologico biblico che tutti davano per assente, data l’onnipresenza della chiave teologica, che è sì in grado d’infilarsi nella toppa, ma assolutamente incapace di aprire qualsiasi porta.

Con leggerezza e senza entrare nel dettaglio (chi volesse farlo può leggere il link sopra), crediamo di aver dimostrato che il ricorso al teologico stravolge il detto anglosassone (almeno così mi pare) “fai la cosa giusta” in “fai la cosa più facile”, trasformando le chiavi del regno in chiavi di cioccolata per vergini stolte.

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