Babilonia, la storia come veleno

aquilaSolitamente sono le date della storiografia ufficiale a essere tirate in ballo dal calcolo ghematrico. Il caso che adesso vi propongo tira in ballo, però, una mia datazione: quella dell primo anno di regno di Faceia re d’Israele 638 a.C. come indica la tabella della cronologia di Dio

Il sostantivo in questione è inserito in un passo molto suggestivo perchè ci descrive Babilonia e le sue “stregonerie” (φαρμακεία). Il capitolo è molto importante, per cui vale la pena citarne un estratto, almeno quello che contiene il sostantivo citato.

…e la luce della lampada
non brillerà più in te;
e voce di sposo e di sposa
non si udrà più in te.
Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra;
perché tutte le nazioni dalle tue malìe (φαρμακεία) furon sedotte. (Ap. 18,23)

La traduzione del lemma non è univoca, essa varia da “medicamento (medicina, rimedio) a “sortilegio”. Quest’ultimo è l’accezione giustamente usata se si considera il contesto.

Se calcoliamo ghematricamente φαρμακεία esso dà come risultato 678. Tradotto in data esso non compare in nessuna cronologia ufficiale se consideriamo i Re (cosa quasi sempre facciamo); essa, con mia gradita sorpresa, compare nella tabella cronologica dei Re secondo la cronologia di Dio. Quel 678 è il 678 a.C. che esattamente indica, secondo il mio studio, il primo anno di regno di Faceia (aprendo il link alla tabella potete controllare).

Prima di addentrarci nelle conclusioni importanti, è bene far notare che veramente il calcolo ghematrico è una chiave -forse addirittura la più importante- di Apocalisse, altrimenti non si spiega come sia possibile tale evidenza, come sia possibile cioè che la percentuale dei casi di calcolo ghematrico finora proposta sia così alta e quasi tutta distribuita nei Re e le vicende ad essi legate (l’esilio. inizio e fine non è forse una pagina strettamente legata ai libri citati?) dipenda dal caso, quando è addirittura nozione comune (G. Ravasi) che Apocalisse, testo apocalittico, è per sua natura ghematrica. No, non è un caso e poco importa che l’obiezione che mi viene mossa voglia stroncare alla radice tale lettura ghematrica con l’oppormi che essa fa riferimento a calendari sconosciuti: saranno pure da considerare tali alla luce dell’esegesi attuale, ma per l’autore del libro (Giovanni) non lo erano affatto. Chi volesse provarlo deve provare l’infondatezza della scienza statistica prima di muovere qualsiasi critica.

Detto questo entriamo nel merito. Mi rendo conto che per coerenza dovrei sottolineare come quel 678 a.C. che la cronologia di Dio indica come primo anno di regno di Faceia provenga da un sostantivo negativo (sortilegio, malia). Tale data fa parte della mia ricostruzione cronologica e come spesso ho interpretato negativamente il lavoro altrui (drago, serpente, bestia, Babilonia e falso profeta , vedi sezione ghematrica in home) dovrei fare altrettanto con il mio: il significato di φαρμακεία è negativo, dunque il significato che assume il mio lavoro dovrebbe esserlo altrettanto.

Se tutto questo lo imporrebbe la coerenza, invito però i lettori a considerare che:

1) φαρμακεία significa anche medicina, sebbene nel contesto in cui è inserito sia più corretto usare sortilegio.

2) Se lo si traduce seguendo un contesto, si deve anche interpretare secondo un contesto e il contesto è quello della cronologia di Dio alla luce della ghemtria, dove emerge chiaramente che le figure negative di drago, serpente, satana e diavolo (senza dimenticarsi di bestia, falso profeta, Babilonia etc.) sono tutte riconducibili alle date suggerite dalla storiografia ufficiale, mentre la cronologia di Dio alla luce della ghematria ha -basti solo questi due esempi- la donna vestita di sole e Antipas, il fedele testimone.

Dunque se stessimo alle regole della migliore traduzione, quel 678 a.C. mette in crisi il mio lavoro; ma stiamo alle regole della migliore interpretazione, quello stesso anno lo conferma pienamente, perchè è lì a dirci che Babilonia ha drogato (altro significato di φαρμακεία) le nazioni (la cristianità tutta certamente) con una cronologia figlia dei suoi incantesimi, delle sue mistificazioni e falsificazioni, tanto da far apparire quel 678 a.C. indicato dalla cronologia di Dio (vedi tabella) come la medicina, cioè la cronologia esatta.

3) A coloro che ancora avessero dubbi dico che io appellandomi alle stelle (vedi questo post) ho fatto tutto quanto era in mio potere: ho messa prima in gioco l’intera mia credibilità; poi ho messa addirittura in gioco la natura del mio lavoro che con quel 678 a.C. potrebbe addirittura essere travolta dalle accuse che finora io stesso ho mosso. Non rimane che attendere il responso degli astri per conoscere il volto e il nome del “pusher”, cioè dell’avvelenatore.

Concludo dicenedo che se si dimostra l’infondatezza, la falsità astrologica del 586 a.C. come data dell’inizio dell’esilio, data che Giovanni bolla come οφις, si prospetta la scena di caccia descritta nella foto, quando il serpentello catturato non è uno qualsiasi incontrato nella campagna, ma quello di Genesi a cui finora si è data inutilmente la caccia nell’intricato sottobosco storico che lui stesso ha creato velenosamente (φαρμακεία) ad arte per mimetizzarsi, cosciente forse che però non sarebbe sfuggito a Giovanni, l’aquila di cui ci parlano i Padri

 

Le “castissime stelle” (Otello, atto IV)

Quello che abbiamo detto ieri circa il fuoco che il falso profeta è capace di far scendere dal cielo apre ad alcune considerazioni. Il 586 a.C. è una data che è calcolata astronomicamente grazie al VAT 4956. Tuttavia pochi sanno che se assumiamo i valori delle eclissi indicati dalla storiografia la costante D che regola il moto lunare impazzisce (questo afferma lo studio di R. Newton).

Sulla base di tale inspiegabile fenomeno, Fomenko ha ritenuto bene denunciare la possibile falsificazione dei dati delle eclissi stesse. Dunque siamo di fronte a quello che il post precedente ha cercato di mettere in evidenza: quel fuoco dal cielo, cioè quella legittimazione del 586 a.C. e della cronologia che ad esso fa capo, altro non è che una testimonianza estorta.

Non a caso allora ουρανος (cielo) di Ap. 13,13, cioè il versetto che ci descrive l’enorme potere mistificante del falso profeta (la capacità di far discendere il fuoco dal cielo) conduce, se calcolato ghematricamente, al 697 a.C., anno in cui Manasse diviene re. Infatti estorocere la legittimazione del cielo altro non può che aprire lo scenario del regno di Manasse: l’empietà che si fa sistema, perchè si sono violentate le vestali della Verità, quelle che Shakespeare definisce “castissime stelle” (la citazione non è a sproposito in quanto in Ap 14,4-5 leggiamo che la verginità dei 144000 si accompagna all’assenza nelle loro bocche della menzogna).

Il luogo santo per eccellenza, il cielo, è stato dunque profanato e questa affermazione, io credo, ci metta in grado di comprendere un’altra profezia, cioè Mt. 24,15 in cui Gesù dice

Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele , stare nel luogo santo – chi legge comprenda -,

 

saranno tempi di una tribolazione tale che l’uomo non non ha mai conosciuta prima. Quel “luogo santo” cos’altro è se non il cielo? Quale altra violenza può essere paragonata alla menzogna che intenderebbe falsificare la dimora santissima?

Potrebbero sembrare discorsi folli, tuttavia essi sono verificabili: ricalcolando il VAT 4956 con la costante D a regime naturale, noi saremmo in grado di provare tale menzogna che ha infangato il cielo. Un parametro lunare non impazzisce da solo. E’ necessaria una capillare opera di falsificazione delle fonti che riportano i dati delle eclissi. Quando ci siamo resi conto che c’è qualcosa che non va e che esiste una precisa alternativa che ci offre un punto altrettanto preciso di riferimento per i nuovi calcoli (il mio 486 a.C. come 37° anno di regno di Nabucodonosor come indica il VAT 4956) è possibile indagare e ristabilire la verità e vedere quell’abominio della desolazione descritto da Daniele.

Concludo dicendo che quell’ουρανος..conferma che in Apocalisse, contrariamente a quanto si ritiene, non esiste alcuna invenzione letteraria. Veramente di quel libro non deve essere nè cambiata, nè tolta parola alcuna (Ap. 22,19): esso è profetico in ogni sua parola. Forse peccando d’immodestia, mi spingo fino a dire che alla luce della sezione ghematrica di questo blog, sarebbe necessaria una nuova traduzione perchè quelle attuali sono state compiute nelle certezza, purtroppo, di trovarsi di fronte a un testo “kafkiano” (G. Ravasi), quando invece è purissima profezia. In questo senso, allora, appare evidente l’enorme responsabilità dei traduttori, i quali neppure dovrebbero cambiare approccio, ma addirittura dovrebbero sviluppare, prima di cimentarsi con la traduzione di Apocalisse, una particolare sensibilità, quella stessa che avrebbero degli esperti artificieri che senza senza protezione fossero alle prese con un ordigno.

Manasse, il paradigma di un abominio

anasseAbbiamo già affrontata la figura del falso profeta, ma non abbiamo ancora esaminata la sua caratteristica più importante: egli è capace di grandi prodigi, persino di far “scendere fuoco dal cielo” (Ap, 13,13).

Alcuni vorrebbero ricondurre tutto a un’invenzione letteraria che renda potente la scena descritta, ma credo sia più giusto chiedersi se essa invece sia una precisa realtà nascosta da un linguaggio, sì simbolico, ma altamente profetico.

Il cielo nella Bibbia è spesso chiamato a testimone tra vero e falso. Elia è grazie al fuoco che scende sul suo olocausto che prende ragione sui profeti di Baal. E’ l’immutabilità delle sue leggi che supera e vince la malafede degli uomini, che tutto possono corrompere, ma non il cielo.

La figura del falso profeta, capace di far scendere persino il fuoco dal cielo, ci descrive il suo enorme potere, un potere tale che riesce a chiamare a testimone il cielo. Non bisogna dimenticare che il falso profeta, però, è sì profeta (di qui la sua capacità di salire al cielo, di legittimarsi con la sua autorità), tuttavia è falso e dunque la sua opera è menzogna che può essere smascherata, sebbene consumata con l’enorme potere di satana.

Quanto sopra, seppur introducendo l’argomento, non ci dice ancora niente sul come tale abominio si sia consumato. Per comprenderlo dobbiamo tornare alle pagine della cronologia di Dio alla luce della ghematria, dove è possibile leggere che la data cardine, considerata addirittura assoluta in quanto calcolata astronomicamente, per la cronologia dell’esilio babilonese, cioè il 586 a.C., Giovanni la nasconde ghematricemente con οφις (serpente) perchè quello è il valore ghematrico del termine, cioè 586. Non a caso dunque ad esso si oppone il biblico 505 a.C della cronologia di Dio. che invece dà vita a ben altra cronologia.

Dunque nella logica di Apocalisse quel fuoco che scende dal cielo e che è suscitato dal falso profeta è una data calcolata astronomicamente, calcolata chiamando il cielo a testimone; ma tale opera è opera del serpente e dunque è una falsa testimonianza, un abominio perchè sfida apertamente Dio stravolgendone la testimonianza.

Chi segue questo blog sa quante volte io abbia denunciato, sulla scorta di Giovanni e sulla scorta della perfetta e alternativa cronologia che è possibile ricostruire assumendo il 505 a.C., come assolutamente falso il 586 a.C. In questo post ho addirittura io invocato il fuoco dal cielo, cioè un nuovo e corretto calcolo dell’eclissi descritta dal VAT 4956, a testimone del 505 a.C., dunque non è necessario ripetersi, casomai è necessario approfondire la natura del fuoco maledetto fatto discendere dal cielo dal falso profeta, perchè ciò è possibile.

E’ con οὐρανός (cielo) ricorrente sempre in Ap, 13,13 che lo faremo e sempre tenendo fede al calcolo ghematrico, il quale ci dice che tale sostantivo equivale a 697. Se cerchiamo quella data nella storiografia ufficiale che adotta il 586 a.C. la troviamo esattamente espressa nella datazione di Galil (autore di riferimento dell’esegesi attuale), che con essa segna l’inizio del regno di Manasse: un re da brividi, colui che riportò non solo l’idolatria nel tempio di Gerusalemme, ma colui che attirò la maledizione divina su Gerusalemme tanto che su di essa Dio stese la “cordicella di Samaria” (2Re 21,13): esilio ed abbandono. Manasse fu il “prototipo del peccatore” (M. Nobile); Manasse fu il peccato; Manasse fu l’abominio. Leggete i 2Re 21,1-26 e capirete.

Dunque è proprio Manasse che permette a noi di stendere la stessa cordicella e capire che quel 586 a.C. che fa a pezzi la cronologia biblica e che Giovanni bolla come οφις (serpente), stravolge le leggi del cielo e la testimonianza del cielo. Quel 586 a.C. come data assoluta perchè calcolata astronomicamente, ha distrutto la cronologia biblica, ha distrutto la via razionale alla conoscenza di Dio che è e resta la cronologia su cui s’innesta, come una spina dorsale, l’intero organismo profetico e che, spezzata, vede la Parola strisciare e mendicare ai piedi del secolo. Per questo Manasse e il suo primo anno di regno, cioè il 697 a.C. criptato in οὐρανός, è il paradigma per comprendere non solo la natura del fuoco suscitato dal falso profeta, ma anche e più l’abominio perpetrato.

Giovanni e i profeti di Baal: apocalittica di un olocausto

Mi sono imbattuto per pigrizia nel video di Ravasi dedicato ad Apocalisse e presente in youtube. Mi ha molto colpito quando egli afferma, sulla scorta dell’esegesi attuale, che Giovanni ha inteso parlare solo del presente, dei problemi della comunità cristiana di allora. Egli in pratica afferma che Apocalisse è solo un’istantanea sui suoi tempi, tanto che nello stesso video nega che con il termine profezia si indichi il futuro, perchè la profezia è solo la chiave interpretativa del presente.

L’esperienza m’insegna che bisogna stare molto attenti a certe invenzioni letterarie, invenzioni che non sono attribuibili, come si fa, al povero Giovanni, ma all’esegesi che a quanto pare ritiene bene distruggere la profezia e fare di Apocalisse una piece ambientata in un momento preciso del passato.

Credo di essere pure in grado di dimostrare che le invenzioni letterarie sono attribuibili  agli esegeti, i quali spesso giustificano la loro incapacità di cogliere la Parola perchè accaniti sostenitori della lettera.

Chi segue questo blog sa che esso annovera tra le sue pagine un’intera sezione ghematrica in home, la quale si concentra quasi esclusivamente su Apocalisse. Essa dimostra che il testo giovanneo nasconde con le parole date che ora spezzano la cronologia ufficiale bollandola addirittura come satanica; ora ristabiliscono la datazione fedele.

Che dalla lettura ghematrica emergano date è ovvio: il genere apocalittico non solo si caratterizza per il ricorso ai numeri, ma si caratterizza pure, in particolare quello di Giovanni, per il ricorso alla ghematria, altro elemento caratteristico del genere apocalittico. Prova di ciò è il 666 che Giovanni ci dice essere un nome d’uomo, indirizzandoci verso la ricerca di numeri riassumenti parole e viceversa. Da questo si capisce perchè dalla lettura ghematrica emergano numeri: essi sono il mezzo ideale per indicare quelle date a cui fa ricorso il genere trattato per la periodizzazione della storia, altro elemento chiave della letteratura apocalittica. Insomma Apocalisse nasconde numeri tra le parole perchè i numeri sono necessari a indicare le date indispensabili alla periodizzazione della storia. Ovvio.

Come vedete non c’è niente di strano in quella lettura ghemtrica; strano sarebbe stato se dalla lettura ghematrica fossero emersi elementi non consoni al genere, ma così evidentemente non è. Ora, il problema è che quelle date sono proiettate nel futuro perchè abbiamo visto che non solo indicano date successive di 4-5 secoli, ma anche date successive di millenni. Non potendo assolutamente attribuire tutto al caso pena la risibilità di intere carriere, bisogna considerare quello che proprio Ravasi ha negato, cioè la profezia e con essa la capacità, la natura dell’intero testo giovanneo: il futuro.

Come vedete se si prende seriamente in considerazione Apocalisse, quanto affermato da Ravasi è senza fondamento e siccome quelle affermazioni sono collocate nella premessa, tutto quanto da lui sostenuto è un non senso perchè nasce da un’indagine già viziata all’origine.

Mi fermo qui perchè certo che i buoni intenditori hanno bisogno di poche parole. Aggiungo solo che tutto questo blog, che ha l’arroganza di criticare Ravasi, muore dalla voglia di verificare quel 486 a.C. come 37° anno di regno di Artaserse. esso solo è capace di dimostrare se queste mie parole sono pura millanteria o sono verità.

Bene signori, si allestiscano tre olocausti: uno per il 37° anno di regno di Nabucodonosor secondo il 586 a.C.; uno per il 607 della Watch Tower e uno per il mio 505 a.C.

Vediamo, quale il fuoco divino, assumendo parametri costanti e naturali nelle eclissi, divorerà

 

Le chiavi di cioccolata

Quando un libro biblico è definito teologico? In buona sostanza lo è quando l’elemento storico è reputato secondario dagli esegeti, quando cioè esso è solo un espediente per una riflessione certamente più importante, ma anche più astratta su Dio, la Sua volontà e le Sue leggi. Il dato storico, quindi, è solo la sottilissima cornice di un grande affresco che affronta le leggi di Dio come se fossero quelle degli uomini, cioè secondo il loro carattere di astrattezza e generalità.

In questo senso sono giudicati teologici i due libri dei Re, la cui natura e il cui scopo sembrano esulare da qualsiasi indagine storica, resa inefficace dal loro carattere “squisitamente teologico” come spesso lo si definisce. Ma è proprio così? Oppure si ricorre a quasta facile categoria del teologico solo perchè non siamo riusciti a penetrare l’opera? Nei Re certamente questo è successo, perchè più volte abbiamo lamentato l’incredibile: per la ricerca degli indispensabili sincronismi si sono usate cifre di seconda mano e per giunta sbagliate. Quando poi -ovviamente direi- i conti sono impazziti si è pensato di risolvere il tutto dichiarando la natura teologica dei libri in questione, i quali non lo erano e non lo sono, perchè se calcoliamo seguendo la scaletta dell’anno di accessione abbiamo visto che i calcoli tornano e i sincronismi ci sono.

Dunque quello di ricorrere al carattere teologico delle opere spesso è dovuto solo al fatto che risulta una facile via d’uscita per evitare le fiamme dell’incendio appiccato dalla superficialità di metodo. Se questo è successo nei Re, non potrebbe essere accaduto anche in tutti gli altri casi in cui l’esegesi ci narra di opere teologiche? Il Vangelo di Giovanni, ad esempio, ha avuta la stessa sorte o è veramente teologico, come si dice e scrive? E’ una domanda a cui va data una risposta perchè il silenzio, sulla scorta fatta con i Re, sarebbe imbarazzante. Proviamoci.

Io credo che che faccia al caso nostro Gv. 2,20 e i 46 anni che Giovanni dice essere occorsi per il Sancta Sanctorum (naos), mentre poco sopra ha, per riportarci l’episodio della cacciata dei mercanti dall’area del tempio, usa hieros. L’apostolo ha ben chiara questa differenza, ma essa è “teologicamente” sfuggita alla critica che invece considera quel naos come ieros, perchè tutti intendono quella cifra (46 anni) come necessaria alla ricostruzione di portici e colonnati, cioè all’area del tempio.

In parte ciò è dipeso anche dall’altra distrazione “teologica” che ha impedito di ipotizzare che Giovanni parlasse del tempio post esilico, mentre Flavio con i suoi 18 mesi, parlasse di quello erodiano. Distrazione del resto plausibile, perchè a monte ce n’è un’altra e ben più importante che fa capo ad un’affermazione di principio o, se volete, teologica: la Bibbia non ha una sua cronologia e dunque non ha una sua storia da raccontare o se ce l’ha è, appunto, teologica. Anche in questo caso, però, c’è da chiedersi se le cose stiano esattamente in questa maniera o se siamo ricorsi al teologico perchè assolutamente incapaci, dopo secoli, di venire a capo di questioni di cronologia biblica fondamentali, quali l’anagrafe di Gesù che la tradizione vuole fissata sui simbolici 33 anni complessivi di vita. gettando ombre inquietanti (teologiche) su dato anagrafico che credo non lo si debba considerare marginale o mero espediente per riflessioni più ampie.

Insomma naos e hieros hanno genitori illustri, i quali ignorano però che con quel 46, se si calcola esattamente il primo anno di regno di Artaserse, è possibile con estrema precisione cadere nel sesto anno di regno di Dario secondo per la dedicazione del secondo tempio e dunque veramente ci sono voluti 46 anni per la ricostruzione del secondo tempio (il settimo anno di regno di Artaserse, anno d’inizio lavori al tempio fu il 464 a cui togliamo 46 e otteniamo 418, il 418 a.C. sesto di Dario secondo).

Tutto ciò ci dice che l’elemento storico non è così trascurato da Giovanni, anzi, è estremamente preciso e non ha assolutamente l’intenzione di ridursi a espediente per riflessioni sul più e sul meno, come a volte si dà per scontato. Del resto è l’unico evangelista che ci fornisce gli estremi certi per la sua anagrafe, in particolare quello dell’età complessiva di 50 anni, dal quale è possibile non solo ricostruire la sua parabola terrena (anno di nascita, di morte e durata del ministero), ma anche e più, come ha dimostrato la cronologia di Dio, inserire la figura del Cristo nel contesto vetero- testamentario ed da lì far emergere l’originale cronologico biblico che tutti davano per assente, data l’onnipresenza della chiave teologica, che è sì in grado d’infilarsi nella toppa, ma assolutamente incapace di aprire qualsiasi porta.

Con leggerezza e senza entrare nel dettaglio (chi volesse farlo può leggere il link sopra), crediamo di aver dimostrato che il ricorso al teologico stravolge il detto anglosassone (almeno così mi pare) “fai la cosa giusta” in “fai la cosa più facile”, trasformando le chiavi del regno in chiavi di cioccolata per vergini stolte.