35 d.C., il profeta e il Messia. La decapitazione del Battista

Un tema ancora dibattuto è la datazione della morte del Battista. Non sto adesso a riassumere le posizioni assunte dalla ricerca, perchè è sufficiente aprire il link  per avere un’ottima e profonda panoramica della questione. Essendo stato stimolato da una discussione in un forum (cristianesimoprimitivo), ho cercato anch’io di dare una risposta al problema. Essa è contenuta in quanto segue.

Sulle prime ero giunto alla conclusione che il Battista fosse stato decapitato nel 34 d.C. ma poi ho dovuto ricredermi: fu il 35 d.C. e dunque abbiamo che nello stesso anno avvenne decapitazione e crocefissione. Non so se altri siano giunti alla stessa conclusione, ma se così fosse sarebbe una conferma a quanto mi accingo a scrivere. Inizialmente il problema era restringere il seppur breve campo di ricerca.

Infatti “La cronologia di Dio” fa suo il ministero pubblico di Gesù per come lo suggerisce Giovanni, cioè un periodo di tre anni. Datando io il battesimo di Gesù nel 32 d.C. è ovvio, quindi, che calcoli la morte nel 35 d.C. Sin dall’inizio, però, ero certo di escludere il 32 d.C. come anno della decapitazione, perchè Giovanni fu rinchiuso in carcere prima della morte. Assodato questo ho cercato di escludere pure il 35 d.C. Pensando al fatto che i sinottici non danno notizia della morte di entrambi nello stesso anno. Invece mi sbagliavo, S

e sulle prime mi sono rivolto ai tre sinottici genericamente alla ricerca di spunti di riflessione e calcolo, in un secondo momento ho avuta l’idea di considerare solo Luca, certo che il suo Vangelo ha un preciso taglio (vedi qui) : l’ultimo anno. Dunque era Luca l’unico capace di dirmi con certezza se Giovanni e Gesù furono uccisi lo stesso anno. Il risultato raggiunto è l’opposto di quello pensato in un primo momento: sì, a mio parere, furono uccisi lo stesso anno.

E’ possibile affermare ciò perchè come ho dimostrato in questo link Luca non adopera il termine “generazione” genericamente, ma indica un periodo di 35 anni. Dunque quando Luca in 7,31 riporta le parole di Gesù “a chi paragonerò questa generazione” (Lc 7,31), cioè subito dopo che i discepoli del Battista se ne sono andati perchè hanno ricevuta la loro risposta (Lc. 7,20), Luca indirettamente ci dice che era il 35 d.C. perchè già in 9,51 generazione è associata a “mentre si compivano i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo”. A questo si aggiunge che in 21,32 sempre Luca ci dice che quella generazione assisterà alla distruzione di Gerusalemme che avvenne nel  70 d.C. e dunque, se una generazione è di 35 anni, quelle parole furono pronunciate nel 35 d.C.

Il Battista nel 35 d.C. era dunque ancora vivo e siccome fu decapitato prima della crocefissione ovvio che sia proprio il 35 d.C. l’anno della sua morte. Tutto ciò tra l’altro trova conferma in una tradizione coranica che guarda caso indica la morte del Battista proprio nel 35 d.C., così almeno riporta Wiki. Tutto ciò non contraddice Giuseppe Flavio secondo il quale, dipendentemente dell’interpretazione che diamo ad Ant. 18.114, è possibile sostenere che la decapitazione avvenne tra il 34 d.C. E il 36 d.C. (vedi link ).

Appare chiaro dunque che la datazione della morte del Battista proprio nel 35 d.C. non solo trova conferma nella tradizione coranica, ma non cozza assolutamente con i risultati della ricerca storica. A questo punto però dobbiamo tirare alcune conclusioni.

Quanto sopra conferma che Luca conosceva il termine “generazione” come periodo di 35 anni. Dunque conosceva quell’originale cronologico bilico riassunto da “”la cronologia di Dio”. Conseguentemente non può non conoscere il Cristo cinquantenne di Giovanni, Policarpo e Ireneo., perchè è proprio quel Cristo cinquantenne che unito al calcolo generazionale di Mt 1,17 (le 14 generazioni di 35 anni che indicano un periodo di 490 anni) che ci permette di individuare il 15 a.C. come Suo anno di nascita e dunque, sommando i 490 anni tra Lui e Babilonia, come indica Matteo, entrare nella cronologia vetero testamentaria. Non ci sono altre strade, pena il perdersi in u intricatissimo sottobosco di calcoli e congetture fine a se stesse, senza cioè la possibilità di aprirsi un percorso cronologico biblico ampio, coerente, lineare e armonico.

Allora quanto ho sempre detto, cioè che quel “circa trent’anni” lucano è una nota acutissima e stonata, trova la sua conferma pure nel calcolo dell’anno di decapitazione del Battista.: il 35 d.C., confermato dalla tradizione e dalla ricerca storica, nonché, permettetemi, dalla mia “cronologia di Dio”.

L’adultera e lo Sposo: un Natale di sangue

Quanto segue non vuole essere altro che il tentativo di mettere in risalto due vicende di per se stesse fortemente unite: quella del Battista e quella di Gesù. Solitamente si dice, se la volessimo -come è il caso- farla breve che l’uno sia stato il precursore dell’altro e che le due storie s’incrociano al momento del battesimo di Cristo

La riflessione diversa che propongo nasce da una discussione su cristianesimoprimitivo, forum per specialisti. Essa verte sulla data di morte del Battista, alquanto discussa. Non è il caso di addentrarci nell’argomento, basta dire che la mia datazione del battesimo di Gesù nel 32 d.C. non sconvolge la ricerca, ma offre una data successiva al 32 d.C. che gli storici accetterebbero.

Io vorrei in questo post rimanere fedele alla linea del blog che non ha mai avuta la pretesa di “fare storia”, tant’è che il mio lavoro principale “La cronologia di Dio. Quando la Bibbia gioca con i numeri” (con la storia potremmo dire) pone l’accento su una cronologia di Dio, una cronologia profetica quindi che ha sempre cercato un originale cronologico biblico i cui tempi fossero scanditi dalle note cronologiche dell’AT e del NT.

Personalmente sono convinto di essere riuscito nell’intento, perché esiste quell’originale biblico che talvolta addirittura combacia alla perfezione con quello storico. Tuttavia non ha mai messo in secondo piano la storia di Dio a quella dell’uomo: sono e saranno sempre le pagine bibliche e i profeti il campo di ricerca.

Nel caso del Battista, dunque, non ci addentreremo nella complessa ricostruzione della data della sua morte: ci basta sapere che è possibile anche storicamente collocarla non nella fine degli anni 20, ma negli anni immediatamente successivi al 32 d.C.

Io credo, allora, importante vedere la mano di Dio anche in questo secondario, in fondo, aspetto: la morte di Giovanni. E se fino ad adesso i miei post sono stati ricchi di numeri e calcoli per evidenziare tale mano, stavolta tutto nasce da una data, di cui solo io sono in possesso: il 15 a.C. come anno natale di Gesù. Solo infatti La cronologia di Dio offre quella data (Kokkinos data nel 12 a.C. non avendo considerato che Erode uccide i bambini da due anni in giù).

Ma nel 15 a.C. nasce pure Erodiade, colei che guidò la mano di Salomè e che fu l’oggetto degli strali del Battista che l’accusava di adulterio. Non fu però Erodiade ad uccidere, ma sua figlia, come dicono i sinottici senza nominarla (G. Flavio ci dice che si chiamava Salomè, nei Vangeli leggiamo “La figlia di Erodiade”). Fu dunque la madre che armò la mano della figlia e fu una figlia a uccidere per volontà della madre. Questa è la dinamica dell’omicidio del Battista, ma questa fu anche la dinamica dell’assassinio di Gesù, se “la figlia di Sion” è profeticamente Gerusalemme. Il Sinedrio (Erodiade) armò la mano della folla (Gerusalemme/Salomè) per un crimine dettato dallo stesso movente: l’accusa di adulterio. Come infatti il Battista fustigava il matrimonio adulterino e illecito di Erodiade, così Gesù definiva Gerusalemme “malvagia e adultera”, adultera nei confronti di Colui che in più passi si definisce lo sposo.

Curiosamente pure nell’epilogo sanguinoso della morte del Battista e di Gesù troviamo un perfetto parallelismo. Di Salomè si scrive che volle servita in un piatto d’argento la testa del Battista per non sporcarsi le mani; di Pilato si sa che volle pubblicamente lavarsele ritenendosi e mostrando a tutti la sua più o meno fondata innocenza: nessuno in quelle due tragiche vicende si è voluto sporcare le mani: Erodiade e il sinedrio hanno agito per interposta persona, mentre coloro che hanno avuto un ruolo attivo (Salomè e Pilato) si ben guardati dal macchiarsele. In controluce appare chiara, dunque, la coscienza del sangue innocente.

Ecco dunque spiegata quella strana coincidenza che vuole Gesù nato lo stesso anno di Erodiade, a dimostrazione che nella Bibbia certi particolari rivelano la mano di Dio che in questo caso a voluto proporre la vicenda del Battista come scala ridotta di quanto capiterà a Gesù, ucciso non da una figlia smorfiosa (Salomè) ma da una figlia/folla inferocita. Ovvio, tutto ciò emerge solo con il metro profetico e non quello storico, che mai avrebbe potuto notare quel 15 a.C. che diede i natali a Erodiade e a Gesù, all’adultera e allo Sposo.  

Nome in codice, Αντιπας

 “Chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. (Ap. 22,19)

Così, in fondo, si conclude Apocalisse, ammonendo a non togliere, né modificare nessuna parola del libro. Tutto quanto è lì scritto è necessario ed ha un preciso scopo e significato. In questo senso, allora, che scopo e significato ha quell’Antipas che leggiamo in Ap. 2,13?

Infatti il versetto che include “Antipas, il fedele testimone”  avrebbe avuto senso compiuto anche senza la presenza del nome proprio, per cui se Giovanni lo riporta esso cela un significato ed ha uno scopo. Ma quali?

Solitamente si scrive che Antipas deriva da Antipatro che potrebbe significare “in luogo del padre”. Tale significato, però, non ha senso nel contesto descritto da Giovanni, cioè “la dimora di satana” (Ap. 2,13). Che significherebbe infatti “in luogo del padre nella dimora di satana”?

L’altro significato di Antipas potrebbe essere “uno contro tutti” (anti-pas/pasa/pan) e questo avrebbe un senso, perché se sei il “fedele testimone” nella “dimora di satana” non puoi che avere nemici, avere addirittura tutti contro. Questo, io credo potrebbe avere un senso.

Credo però che sia l’ultima ed al momento disponibile spiegazione la più attendibile. Essa fa capo al calcolo ghematrico del nome proprio Antipas, calcolo la cui somma è 448. Non ritenendo opportuno scrivere tutto su questa data, rimando al link . Per adesso mi affido a una sintesi: quel 448 è il 448 a.C., 69° anno d’esilio da cui parte il conto delle 69 settimane delle 70 profetiche, il conto cioè che ci porta alla crocefissione.

Dunque per il momento siamo in grado di dire che il nome proprio Antipas ha una funzione cronologica. In particolare ci dice che quel 448 a.C. è fedele, è la via da seguire, tant’è che se non viene assunto ci smarriamo in un sottobosco di congetture e calcoli quando affrontiamo la profezia di Daniele. Quel 448 a.C. È, dunque, l’acuto bilico in un coro esclusivamente storico.

Credo che siamo riusciti a dare una spiegazione al fatto che Giovanni abbia ritenuto necessario riportare il nome proprio del fedele testimone. Adesso non rimane che contestualizzare il tutto nel capitolo di Apocalisse e capire che scopo ha.

Per fare ciò dobbiamo rimanere fedeli alla chiave di lettura che ci siamo dati: quella ghematrica. Dunque dobbiamo comprendere cosa si cela dietro il contesto descritto da Giovanni: la dimora di satana. Da questo link sappiamo che satanas, in lettere greche, equivale a 559 e dunque pure quest’altro nome proprio indica una precisa data: il 559 a.C. come primo anno di regno di Ciro. A questo punto importante notare come il confronto sia serrato: da una parte l’acuto cronologico biblico, il 448 a.C.; dall’altra l’assoluto storico: il 559 a.C.

Queste due date non sono conciliabili, l’abbiamo visto: l’una ci dice che il 69° anno dell’esilio cade nel 448 a.C. -dunque la fine dello stesso è del 447 a.C.-; l’altra c’introduce in una cronologia che verte nel 538 a.C. Come anno della fine dell’esilio. Appare chiara l’inconciliabilità, tanto che dobbiamo parlare di cronologia biblica e di cronologia storica, se consideriamo l’esilio babilonese.

Inoltre non si deve assolutamente ignorare che Antipas è definito “il fedele testimone”, satanas… beh è evidente cosa significa se ci atteniamo alla nozione comune. Questo per sottolineare che pure i rispettivi nomi propri sono inconciliabili. Perché allora Giovanni ci presenta il tutto in un unico contesto?

Io credo perché Giovanni era certamente a conoscenza dell’originale cronologico biblico riportato alla luce da La cronologia di Dio (vedi cap. 5) ; come era al corrente che Daniele non solo aveva basato i suoi calcoli su quel 448 a.C. -anno su cui pure Neemia si sincronizza (vedi qui)- ma ci aveva pure espressamente messo in guardia dall’avvento del “piccolo corno” che avrebbe cambiato “tempi (cronologia) e Legge (torah/Bibbia) (Dn. 7,25).

Dunque quell’Atipas ci dice che esiste una cronologia di Dio e una cronologia che a Lui si oppone. Ma non solo: dal momento che Antipas ricorre nella Lettera a Pergamo, sappiamo non solo dove egli è messo a morte, ma pure dove satana ha la sua dimora e questo vuol dire dove quella cronologia satanica ha preso i natali ed è amministrata. E’ in Pergamo che tutto accade e se quel Ciro che getta totalmente fuori asse la cronologia biblica è presente non solo nelle fonti storiche, ma anche nella Bibbia, significa che è in Pergamo che tutta la mistificazione è stata gestita. Non è azzardato affermare ciò: La cronologia di Dio è lì a dirci che un originale cronologico biblico esisteva e se pur sia stato fatto a pezzi è stato tuttavia possibile ricostruirlo.

Non è neppure azzardato sostenere che Antipas sia venuto in possesso di tale originale cronologico biblico; che abbia capito chi, come, dove e perché (forse anche quando) si è compiuto il misfatto ed allora ben si spiegherebbe la taglia sulla sua vita.

Quel Venerdì di un giorno da profeti

Ormai è noto che a mio parere la profezia delle Settanta settimane, relativamente alle prime sessantanove, si compie nel 36 d.C.; abbiamo altresì visto che quell’anno presenta il necessario Venerdì 14 Nissan e dunque il calcolo conduce veramente alla crocefissione.

Tuttavia mi preme dire che se tale Venerdì 14 Nissan cadesse nel 35 d.C. tutto sarebbe perfetto. Non m’impegno nei delicati calcoli per scoprire se ciò sia possibile, dico solo che quella particolare Pasqua è tirata ora qua ora là, tanto c gli studiosi ammettono la difficoltà di essere precisi (cfr. qui) Ipotizziamo dunque quel Venerdì 14 Nissan nel 35 d.C. e cerchiamo di dimostrare perché tutto sarebbe perfetto.

La profezia in questione prende le mosse da Dn. 9,25

Sappi e intendi bene,
da quando uscì la parola
sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme.

Questa parola sul rientro, in mancanza di qualsiasi altro riferimento biblico, è datata nel XX° di Artaserse, come leggiamo da Neemia 2,1. Dunque avendo noi datato il primo anno di regno di quel re nel 471 a.C. il XX° cadrebbe nel 451 a.C. creando non pochi problemi con la profezia di cui ci stiamo occupando.

Tuttavia non deve sfuggire un particolare, non deve sfuggire cioè che Neemia rientra effettivamente nel 451 a.C., ma egli ci scrive che:

Giunto a Gerusalemme, vi rimasi tre giorni. Poi mi alzai di notte e presi con me pochi uomini senza dir nulla ad alcuno di quello che Dio mi aveva messo in cuore di fare per Gerusalemme…” (Neemia 2,11-12).

Questo potrebbe significare che, secondo la regola biblica di un giorno per un anno, Neemia per tre anni tace e non mette mano ai lavori. In pratica, come vedremo, egli sincronizza la sua opera e missione con il quadro profetico di Daniele. Non rimane allora che vedere se questa ipotesi ci conduce in un percorso cronologico attendibile perché coerente o deve essere scartata.

La prima cosa che dobbiamo dire è che ne La cronologia di Dio abbiamo datato la fine dei settanta anni di esilio nel 447 a.C. perché l’inizio dello stesso è del 517 a.C. Quel 448 a,C cadrebbe allora nel sessantanovesimo anno d’esilio e ciò significherebbe che la parola sulla riedificazione di Gerusalemme fu pronunciata un anno prima della fine dello stesso e neppure per bocca di Artaserse, ma di Neemia stesso, cosa a suo tempo detta.

Notate adesso il particolare, notate cioè come al 69° anno di esilio parta il conto delle 69 settimane della profezia. Questo conferma quanto scritto sopra, cioè che quei tre giorni/anni di silenzio di Neemia sono dovuti alla necessaria sincronizzazione dell’opera di ricostruzione di Gerusalemme con il quadro profetico di Daniele. Insomma pure dalle cifre secche ciò appare evidente, perché stanno lì a dirci che dal 69° anno dell’esilio parte il conto delle 69 settimane della profezia delle 70.

A questo punto qualcuno potrebbe giudicarlo un giochetto voluto, ma non lo è perché se noi calcoliamo, partendo dal 448 a.C., i 483 anni richiesti dalle 69 settimane cadiamo ne 35 a.C., in un anno cioè indicato da almeno quattro diversi -per natura, scopo e calcolo- percorsi cronologici (V. Cap. 7) e ciò esclude qualsiasi spiegazione che si appelli al caso.

Per altro quel 448 a.C. che sta alla base del nostro discorso ce lo ritroviamo tra i piedi pure in Apocalisse, sotto le mentite spoglie di Αντιπας (Antipa) perché come ho illustrato qui ghematricamente quel nome proprio vale 448 ed Antipa nella lettera a Pergamo è chiamato “il fedele testimone”, come a dire che è quel 448 a.C. la pista fedele per venire a capo della cronologia gesuana in senso lato e della profezia delle Settanta settimane strictu sensu.

Per tornare a quel Venerdì 14 Nissan, dobbiamo dire, anzi, ripetere quanto detto e chiederci:: viste le difficoltà denunciate dagli studiosi sulla sua precisa datazione, è possibile immaginarlo nel 35 d.C.? Se così fosse tutto sarebbe veramente perfetto e ci muoveremmo -come mi pare di aver dimostrato- in uno spazio profetico aperto, coerente e dall’ampio respiro

 

Un particolare che fa tendenza

Strada facendo mi sono imbattuto su un saggio che, viste le alte credenziali offerte (Ateneo Pontificio Regina Apostolorum), credo possa ben riassumere l’approccio sinora seguito dall’esegesi: una maniacale cura del particolare senza la benché minima idea del generale, nonostante che il saggio in questione tradisca palesemente l’idea di proporre un lavoro dall’importante profilo scientifico.

Non occorre che io faccia una sintesi dell’intero studio, chi volesse leggerlo può farlo aprendo il link in calce. Qui bisogna solo dire che si sono spinti fino alle ISO della fotografia per confermare il 33 d.C. come anno della crocefissione.

Il saggio, dunque, voleva essere accuratamente scientifico e cementare l’ipotesi di fondo: il Venerdì Santo della morte di Gesù cade nel 33 d.C. In questo senso molte e accurate sono le prove addotte, ma la domanda che si pone è sempre la stessa: calcolato il Venerdì 14 Nissan nel 33 d.C., si riesce ad inserire tale data in un mosaico più complesso? Quella tessera maniacalmente ricostruita appartiene a una cronologia più ampia dei 365 giorni che formano l’anno?

No, non ci riesce. Non ci riesce perché deve uccidere un profeta: Daniele. Con quel 33 d.C. nessun conto che faccia riferimento a lui ha un senso, a meno che non datare di nuovo il primo anno di regno di Artaserse con gli enormi problemi che sorgerebbero, perché, se non vogliamo procedere per per singoli anni, creando così un imbarazzante susseguirsi di studi fine a se stessi, cambiando tale data cardine della cronologia biblica è indispensabile rivedere e armonizzare ex novo tutto ciò che ruota attorno all’anno in questione.

Quel 33 d.C. non uccide solo un profeta, ma getta nell’imbarazzo anche un Padre della Chiesa, Teodoreto di Cirro, del quale saremmo costretti a dire, prese in considerazione le sue precise note cronologiche, che si è accinto a scrivere un’opera interamente dedicata a Daniele senza considerare che le sue basi matematiche erano alquanto deboli, perché gli dobbiamo imputare un gravissimo errore di calcolo, poiché egli considera che dal battesimo al XX° di Artaserse passano i 483 anni delle 69 settimane della profezia.


A tutto questo si aggiunge anche l’impossibilità di ritenere fondate le tre Pasque indicate da Giovanni nel suo Vangelo. Infatti l’autore prende per buono -come lui stesso dice a pag. 4- il battesimo di Gesù nel 29 d.C. Dunque calcolando la crocefissione nel 33 d.C. le Pasque sono certamente quattro, forse cinque, togliendo quindi ogni credibilità cronologica a Giovanni.

Come potete capire, l’autore è riuscito solo a dare un senso al singolo anno, ma quello stesso, se volessimo introdurlo in un percorso cronologico ampio e di respiro -almeno quanto basta per poterlo definire biblico- non ci riusciremmo senza mettere a repentaglio la vita di un profeta e la credibilità di un Padre, di un evangelista e di un Vangelo (mi fermo qui per ragioni di brevità)

Insomma, per usare il linguaggio consono a questo blog che ha scelto sin dall’inizio come suo titolo “cammelliemoscerini”, si è scolato maniacalmente il moscerino, ignorando totalmente il cammello servito a tavola, il quale imperturbabile, continua a sorriderci.  

Link

   

I pilastri del mondo

Essersi addentrati nel simbolo riguardo a Giovanni (l’aquila) non è senza conseguenze. Abbiamo visto che il significato principe è la capacità di scorgere il futuro. Dante riassume ciò con la possibilità dell’apostolo di fissare il sole senza rimanere abbagliato. Ma se quel sole è il sole dell’avvenire, il futuro, significa che Giovanni non subisce danno, cioè non corre il rischio di confondersi ed essere così smentito, quando ci indica la storia a venire. Questa sua prerogativa di guardare “oltre” diviene nella sua opera capacità e potenza profetica, come abbiamo mostrato nel link.

Per questo possiamo dire che se Pietro è la roccia del governo della Chiesa, Giovanni l’aquila – dall’alto della sua rupe- è il guardiano della Storia; e se Pietro è il tattico, Giovanni è lo stratega, perché l’unico capace di una necessaria, indispensabile visione globale del campo di battaglia: il mondo e la sua storia.

Non a caso è proprio Giovanni che nella sua Prima lettera che definisce il mondo, sebbene lì ne dia un’interpretazione consona allo spirito di una lettera, la quale vuole riferirsi al mondo che c’è in ognuno di noi e che deve essere combattuto. Tuttavia nella sua Apocalisse, quello stesso mondo diviene Storia ed assume una rilevanza universale.

Abbiamo più e più volte affrontato Ap. 12,9 e quei tre sostantivi e il nome proprio lì elencati l’uno di seguito all’altro. Abbiamo anche visto come essi siano traducibili ghematricamente in precise date della cronologia secolare: il 586 a.C. (ofis); il 559 a.C. (satanas); il 931 a.C. (drakos) e il 731 a.C. (diabolos).

Queste date impediscono qualsiasi ricostruzione biblica della storia cristiana. Esse sono addirittura indicate come assolute se consideriamo il 586 a.C. (anno dell’esilio babilonese) e il 559 a.C. (primo anno di regno di Ciro). Ma queste date appena citate sono solo due dei quattro pilastri su cui si regge il secolo, si regge il mondo. I primi due sono crollati, avendo dimostrato che le date che essi rappresentano sono frutto di calcoli privi di ogni valore, perché derivanti da un approccio totalmente infondato: conti di seconda mano e per giunta sbagliati, forse addirittura manomessi (vedi qui).

Gli altri due pilastri vacillano, perché quel 586 a. C. è dimostrato che può biblicamente essere impugnato con il 505 a.C. de La cronologia di Dio; mentre per il 559 a.C. dobbiamo dire che nessuno nega l’esistenza storica di Ciro, solo che si afferma quel re non ebbe nessun ruolo nelle vicende dell’esilio e che verosimilmente la sua presenza nel testo biblico è frutto di una manomissione. Abbiamo, infatti, una cronologia millenaria lineare, coerente e armonica che prova ciò (quella riassunta nel link poco sopra) e una prova archeologica, storica: il Cilindro dello stesso Ciro, con cui egli ci ha consegnato l’elenco dei popoli da lui liberati nel 538 a.C.. In quell’elenco gli ebrei non risultano e dunque, a fronte di una cronologia che esclude Ciro, abbiamo che Ciro esclude gli Ebrei.

E’ facendo forza, assaltando quelle due roccaforti ancora in piedi ed espugnandole che il mondo di cui ci parla Giovanni crollerà e la Storia diverrà nuovamente cristo-centrica. Sarà una battaglia dura che coinvolgerà simbolicamente “Pietro” (il tattico) e Giovanni (lo stratega). Al primo il governo e la disciplina dell’esercito, nonché il corpo a corpo; al secondo le scelte strategiche già evidenziate. A Pietro dunque il fortino sulla roccia; a Giovanni quello sull’altissima rupe, l’unico luogo che permette – come ho detto- la necessaria, indispensabile visione d’insieme. Solo così i due pilastri del mondo ancora in piedi crolleranno.

 

La solitudine dell’altezza

In questo link potrete leggere la parte più importante delle mie riflessioni sul tetramorfismo giovanneo: l’aquila. In questo post aggiungo, brevemente, alcune considerazioni, altri significati legati al simbolo. Perdonate la forma di semplice elenco che però ben conduce alla conclusione.

Giovanni, il solo a chinarsi sul Suo petto.

Giovanni, il solo a seguirLo fino ai piedi della croce.

Giovanni, il solo discepolo che Lui amava.

Giovanni, il solo a cui Egli affidò Sua madre,

Giovanni, il solo a riconoscerLo in riva al lago.

Giovanni, il solo ad attendere il Suo ritorno.

Giovanni, il solo poeta tra di gli apostoli.

Sì, Giovanni l’aquila, la solitudine dell’altezza.