Teologia, organizzazione dell’opera e profezia: gli elementi dimenticati della “questione giovannea”

La questione giovannea” ha prodotto innumerevoli studi senza giungere a qualcosa di definitivo. Essa ha coinvolto pure Apocalisse, che la tradizione vuole scritta proprio da Giovanni. Noi cercheremo una soluzione che dapprima mirerà a rintracciare un’unica mano nelle due opere citate; poi interpellerà la tradizione stessa per dare un nome all’autore.

Le tracce che seguiremo sono due: la prima è quella proposta dai padri apostolici (Dionigi) il quale afferma che esiste un’organizzazione dell’opera tipica di Giovanni e che noi cercheremo di rintracciare in Apocalisse e nel suo Vangelo; la seconda si rivolge a un tratto caratteristico di Giovanni: il senso storico che emerge sia nel suo Prologo (l’incarnazione del Verbo nella storia), sia in Ap. di cui daremo una lettura capace di evidenziarlo.

Partiamo dalla prima traccia: l’organizzazione dell’opera. Sia nel Vangelo, sia in Ap. abbiamo che tutto ruota attorno a settenari: nel Vangelo troviamo sette segni e sette feste che scandiscono tutta la prima parte. L’ordine cronologico risulta così ben chiaro. A noi non interessa adesso dare ragione del numero sette come chiave organizzatrice del Vangelo. A noi interessa invece far notare come Apocalisse rispecchi lo stesso identico schema: sette chiese, sette sigilli, sette trombe, sette coppe e sette spiriti. Lo schema che quindi caratterizza il Vangelo trova in Ap. la sua piena conferma. La presenza di una tradizione consolidata che attribuisce le due opere a uno stesso autore è dunque confermata sufficientemente dall’organizzazione delle opere stesse.

Se quanto scritto potrebbe apparire come semplice, superficiale osservazione -se volete, semplice evidenza che a mio parere spesso ha il pregio di far chiarezza sulle supposizioni e deduzioni- non rimane altro che affidarci al senso profondo che accomuna Vangelo e Apocalisse: la visione storica che nell’autore in questione (ancora è presto per dargli un nome) diviene nel primo caso teologia; nel secondo profezia.

Il Prologo, infatti, ci dice che il Verbo si è incarnato nella Storia umana. Fino ad allora erano stati i profeti a interrompere i “giorni” con la parola di Dio. Dal prologo sappiamo invece che Dio stesso ha fatto irruzione cambiando radicalmente il corso storico. Ben a ragione, allora, alcuni studiosi (Pesce) vedono nel Vangelo di Giovanni una precisa sensibilità storica diversa dalle note cronologiche di Luca. Se Luca intende darci dei riferimenti temporali, Giovanni vuole darci le chiavi teologiche della storia, il suo stesso senso e fluire.

Come dicevamo, in Apocalisse tutto ciò diviene profezia, perché l’opera è capace di sincronizzarsi alla perfezione con il profetismo vetero-testamentario, in particolare con Daniele 7.25 in cui leggiamo che la storia, insieme alla legge, saranno cambiati. Già altre volte ho scritto che il lavoro di Daniele e quello dell’autore di Apocalisse sono complementari: il primo denuncia il misfatto, il secondo lo illustra. Vediamo come.

In Ap. 12,9 leggiamo in greco: ofis, drakos, satanas e diabolos. Chi ha dimestichezza con il sistema greco di numerazione troverà semplice quanto segue. Quei tre sostantivi e quel nome proprio portano tutti a date cardine del Vicino Oriente antico. Infatti è possibile calcolare ghetricamente (per una possibile lettura ghematrica di Apocalisse vedi qui), rispettivamente, il 586 a.C. (inizio esilio babilonese), il 931 a.C. (ultimo anno di regno di Salomone per Thiele e Galil); il 559 a.C. (primo anno di regno di Ciro) e il 538 a.C. (fine dell’esilio babilonese) sebbene integrato nel 731 a.C. altra data solitamente indicata come primo anno di regno di Acaz.

Queste date indicano certamente che l’apostolo denuncia i tempi falsati della storia sulla falsa riga di Daniele il quale ha denunciato che sarebbe accaduto.

Dal momento che non è possibile imputare al caso le rilevanze ghematriche, è più che lecito parlare di profezia, perché Giovanni scrive quasi cinque secoli prima dell’avvento del calendario di Dionigi. Giovanni, dunque, “vede” la storia con la lente profetica. Siamo adesso in grado di dimostrare che le due opere citate, Apocalisse e Vangelo, hanno nel loro profondo intento un unico scopo: dispiegare sotto i nostri occhi un quadro teologico e un quadro profetico capace di riassumere la Storia tutta.

Dunque gli elementi o tracce che abbiamo seguito conducono con sufficiente certezza a un unica mano, perché gli elementi messi in evidenza concordano e fanno capo a una salda tradizione. Non rimane quindi che dare un nome a questo unico autore: Giovanni indicato pure da quella stessa tradizione a cui finora abbiamo fatto riferimento.

Il quadro sinora descritto denota la capacità di scrutare il futuro da parte del nostro autore. Lo spirito di profezia è uno degli elementi caratterizzanti lo Spirito Santo. Dunque colui che possiede la profezia, possiede lo Spirito Santo. Questo non ci dice quale Giovanni sia, anzi, neppure chi sia, ma ci dice che siamo di fronte alla santità. Ciò sgombra il campo da una caotica ridda d’ipotesi sull’autore di Vangelo e Apocalisse. Qui non siamo di fronte a un circolo d’illuminati, a una scuola o a una comunità: siamo di fronte a un personaggio ricolmo di Spirito Santo, quello stesso che Gesù riversò sugli apostoli. L’altezza e la purezza del pensiero ci guidano e ci obbligano di nuovo non solo a confermare la tradizione, ma anche e più a credere che colui che in Apocalisse si presenta come Giovanni sia proprio l’apostolo. La sua visione teologica e la sua visone profetica è tale che ne fanno una fonte principale e non un affluente del messaggio cristiano. La qualità del suo pensiero, nonché una schematicità tipica -come abbiamo visto- fanno di lui non solo un unico autore, ma un apostolo.

Molte altre osservazioni potremmo fare. Ma queste io credo siano sufficienti a far diradare la fitta nebbia sulla paternità delle due opere. Gli elementi che abbiamo messo in evidenza si sposano alla perfezione con una tradizione consolidata che vede in Giovanni l’apostolo l’autore di Apocalisse e del quarto Vangelo. Dunque tutto quanto abbiamo scritto non è privo di radici, anzi, esse sono forti e ben radicate.   

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