Alcune considerazioni su Lc. 3,23

Nel mio ultimo post ho voluto volontariamente non parlare di Lc. 3,23 e della nota cronologica in esso contenuta, cioè Gesù aveva “circa trent’anni” quando iniziò il Suo pubblico ministero. L’ho fatto perché merita considerazioni a parte.

Il versetto citato solo a prima vista mette in crisi quanto da me scritto sulla cronologia lucana. Certo, non lo si può impugnare stricto sensu, bisogna invece contestualizzarlo in un discorso profetico più ampio che fa riferimento a Daniele e ad Apocalisse. Solo collocandolo in un contesto profetico emergono le atipicità della nota cronologica lucana, in aperto contrasto con Ireneo e Giovanni, in aperto contrasto cioè con l’anagrafe gesuana che da questi autori emerge con chiarezza e coerenza. Diversamente rimane aperta la questione su chi abbia ragione, quale sia la miglior fonte per un profilo storico di Gesù.

Sin da adesso posso dire che a mio parere nessuno sbaglia, solo che Luca è stato molto probabilmente manomesso. Mi rendo conto che affermare ciò è impegnativo, ci vogliono prove concrete, pesanti: ridicolo sarebbe un quod gratis adfirmatur. Le darò proprio grazie al contesto profetico in cui inserirò Luca 3,23.

Innanzi tutto è necessario citare Dn. 7,25 e il corno che cambierà “tempi e leggi” e a cui saranno dati in suo potere i santi per “un tempo, due tempi e metà di un tempo”. In particolare bisogna capire cosa s’intende per “tempi”. Alcuni traducono, collocando la profezia sotto Antioco Epifane, con “feste ebraiche” Questo fa l’esegesi ebraica che consegna Daniele ai tempi antiochei.

L’esegesi cattolica non si discosta, ma la sua scuola dovrebbe essere diversa, poiché essa sa gli anni che si celano dietro a “un tempo, due tempi e metà di un tempo”,cioè 1260 giorni/anni. E’ lei stessa che ce lo insegna o ce lo ha insegnato. Dunque dal momento che se si accetta la lezione ebraica quel “un tempo…” diviene tre giorni e mezzo, scade ogni considerazione cristologica di quanto leggiamo in Daniele e Apocalisse.

Io l’impegno di dimostrare che Luca 3,23 è molto probabilmente manomesso me lo sono preso, fa altrettanto l’esegesi cattolica quando preclude ogni possibile lezione cristologica di Daniele e Giovanni in merito al versetto citato, cioè “un tempo, due tempi e metà di un tempo”? Posta questa domanda proseguiamo nel nostro discorso e diciamo che la nota cronologica in questione sono 1260 anni e volendo -ma non è ancora opportuno- indicano con un semplice calcolo un preciso anno della storia cristiana in cui il “corno” ha cambiato i “tempi” e ha ricevuto in suo potere i santi.

Qualcuno di voi forse avrà già capito cosa voglio dire: quei “tempi” cambiati non sono le feste ebraiche come consiglia una lezione giudaizzante; non sono tre anni e mezzo; non è così miope Daniele, invece è miope, cieca l’esegesi che lo colloca nel periodo maccabico privando le pagine di Daniele di ogni spirito profetico. Daniele guarda i millenni non le festività ebraiche . Quei tempi cambiati, dunque, sono la Storia cambiata, l’adulterazione delle sue fonti. Ecco dunque in tutto il suo profilo e spessore profetico quel cambierà “tempi e leggi”, altrimenti ridotto a uno scarno, brevissimo contesto giudaico che soffoca l’universalità del contenuto profetico.

Quello che dico è pesante perché è pesante sostenere che una mano autorevole che aveva accesso all’archivio della Storia ha piegato la stessa ai suoi piani. Tuttavia è dimostrabile alla luce di Apocalisse che denuncia il fatto, denuncia la manomissione, denuncia i tempi falsati della Storia. E’ una denuncia chiara, una prova schiacciante contro coloro che sono gli artefici della manomissione delle fonti, fra cui il versetto di Luca di cui ci occupiamo e i “circa trent’anni” che ne costituiscono l’oggetto.

Già di per sé la locuzione “circa trent’anni” lascia perplessi dal momento che è usata da colui che apre il suo Vangelo dicendo di aver fatto “accurate ricerche” e aver scritto “un resoconto ordinato”, perché rende un po’ vago proprio quel resoconto ordinato e apre a una critica o, se preferite, un’esegesi capace di alimentare le chiacchiere su una cronologia lucana abborracciata su quella di Marco. Veniamo dunque alle nostre prove, veniamo ad Apocalisse 12,9 e i tempi che essa nasconde.

Nel versetto leggiamo οφις, δρακων/ς, σατανας e διαβολος che noi possiamo leggere ghematricamente perché cos’è il 666 e il numero/nome d’ uomo che essa racchiude se non ghematria? Esso prova che Giovanni la conosceva e l’ha usata e dunque è possibile una lettura ghematrica di Apocalisse anche di altri passi, fra cui il nostro 12,9 e i tre sostantivi e il nome proprio in esso contenuti.

Non starò a riportare parola per parola il semplice calcolo, si tratta solo di sommare il valore delle singole lettere. Passo subito a fornire il calcolo rispettando l’ordine: 586, 931, 559,193.

Queste cifre sono tutte date della cronologia secolare, non biblica dunque. Infatti il 586 è il 586 a.C. che indica la data dell’esilio babilonese; il 931 è il 931 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone secondo Galil, l’autore più citato e moderno nel panorama degli studi su 1-2 Re; il 559 è il 559 a.C. come primo anno di regno di Ciro, mentre il 193, se aggiunto a un’altra data cardine della cronologia secolare, il 538 a.C. della fine dell’esilio, compone il 731 ottima approssimazione del 732 a.C. del Thiele per quanto riguarda l’ultimo anno di regno di Acaz, re di Giuda.

Esaminiamo da vicino queste cifre. Esse -mi sembra evidente- appartengono a un unico insieme cronologico, quello dei Re. Tre di esse sono intimamente collegate dal dato storico: l’esilio. Infatti il 586 a.C., il 559 a.C. E il 538 appartengono alla stessa vicenda; le altre si distribuiscono non a casaccio nella cronologia dei Re, ma indicano tutte anni d’inizio o fine regno.

Statisticamente, sotto un profilo delle probabilità, appare chiaro che non si tratti di un caso: la probabilità è remotissima. Dunque è profezia. E’ profezia quando Giovanni descrive l’avvento del calendario di Dionigi ed è profezia quando indica con precisione tempi di là da venire (Galil e Thiele sono dei nostri giorni). Da questo primo quadro profetico emerge anche il vero significato della locuzione “un tempo, due tempi e metà di un tempo” perché dà lo spazio necessario a Giovanni -che per altro usa la stessa locuzione (Ap. 12,14)- per inserire i contenuti del versetto 12,9: 1260 anni. Quel corno che cambierà tempi e leggi non è Antioco Epifane e le festività soppresse, bensì il corno satanico che oscura i cieli della Storia in cui Cristo si è rivelato.

Chi volesse criticare quanto sinora scritto dovrebbe prima di tutto dimostrare quali siano le probabilità che la lettura ghematrica di Ap. 12,9 dia i risultati descritti per un puro caso. Dovrebbe inoltre dimostrare che per puro caso Daniele descrive l’avvento di un re (corno) che cambierà “tempi e leggi”. In altre parole dovrebbe negare il particolare (il calcolo ghematrico) e il generale (il quadro profetico di Daniele in cui il particolare s’innesta e trae forza). Quei tre sostantivi e il nome proprio non sono parole a caso, ma tutte facenti capo a un unico significato: il male fatto carne: satana. Ciò non solo incide nel calcolo probabilistico che io invito a fare, ma dà ragione del caos che regna nelle fonti riguardo a Gesù.

Concludo dicendo che, dopo quanto detto, non sembri strano quel Lc 3,23 e quel suo “all’incirca trent’anni” di complicata interpretazione: è una manomissione fatta da Giuda che fino alla fine dei tempi, appunto, farà sempre parte del collegio apostolico tenendo la cassa.  

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