Lo maggior corno della Parola antica

Credo che uno dei problemi più grossi  di comprensione che il mio studio, intendo la cronologia di Dio che a breve sarà integrata di tutte le parti mancanti o sommarie , sia il linguaggio. Non è colpa mia, perchè anch’io ho dovuto (ri)apprenderlo appartenendo al passato. Quello della Bibbia, nella sua interezza, è un linguaggio antico, caduto oramai in disuso, perchè troppi sono incapaci di comprenderlo, intrisi come sono di scientismo.

Oggi la Bibbia non è altro che un cadavere da esaminare tramite un accurato esame autoptico. La vita che c’è dentro, il messaggio che essa contiene altro non sono che tessuti da esaminare sul tavolo operatorio. Ma essa in origine comunicava, era vivente e lo sarebbe ancora se noi la considerassimo parola di Dio e non pagine su cui le regole filologiche compiono le loro acrobazie.

Non c’è più un approccio (ma è il caso di usare questa brutta parola o sarebbe meglio dire semplicemente  “lettura”?) con il cuore, ma solo con la testa. E’ così che tutto è andato perduto, perchè nessun profeta o evangelista è stato scelto per la sua intelligenza, ma bensì per il suo cuore. Lo stesso Davide conferma questo: fatto re solo per aver avuto il cuore secondo Dio e non la testa. Le Scritture, insomma si affrontano con la ragione, ma le si amano con il cuore.

Il segreto è proprio questo: Dio non resiste solo ai superbi, ma nasconde le Sue cose ai sapienti secondo il mondo. Uno scrupoloso esame filologico che fa il di-gamma in quattro non ci dà nessuna garanzia di comprendere il messaggio del capitolo che con tanta, maniacale cura esaminiamo. Si può saper tutto su un simbolo, magari quello che rappresenta il male, ma questo non ci porta a credere alla esistenza del demonio. Come si può saper tutto di Gesù, ma ciò non implica la fede in Lui.

Il credere nasce dall’ascolto della Parola, non dal suo studio. E credere significa ascoltare la Parola espressa secondo un linguaggio antico, in cui il simbolo, la ghematria o la stessa isopsefia pretendono che siamo noi gli ascoltatori e non viceversa. Non si può dire alla Bibbia:”Devi parlarmi”, ma bensì:”Ti ascolto, Signore” Nel primo caso diveniamo vittime, nel migliore dei casi, delle nostre fantasie nozionistiche, le quali non hanno altra autorità che quella conferitaci dagli uomini, mentre il profeta ha solo e soltanto l’autorità di Dio. Questo noi dobbiamo recuperare mettendoci in ascolto del linguaggio antico: l’autorità di Dio.

Vedete adesso quell’ οφις (586 se contiamo ghematricamente, la stessa cifra che indica l’esilio babilonese secondo la cronologia secolare?). Vedete σατανασ e il suo 559 ghematrico, lo stesso del primo anno di regno di Ciro, datato dai secolari nello stesso anno? Entrambe queste date La cronologia di Dio le impugna. O meglio circa la prima dice che è falsa, mentre della seconda mette in questione il suo referente, cioè il ruolo di Ciro nelle vicende esiliche. Non a caso allora il primo sostantivo significa serpente in greco, mentre il nome proprio citato, sempre in greco, rafforza il messaggio: nel mondo vige una cronologia satanica.

So che a questo punto molti di voi storceranno la bocca e le orecchie. Io l’ho detto sin dall’inizio però: dobbiamo re-imparare il linguaggio antico della Bibbia se vogliamo che essa ci parli. Non sarà certo lei ad imparare il nostro. Coloro che hanno un po’ di dimestichezza con quanto da me scritto credo abbiano capito. Gli altri che ridano pure e pensino che la cronologia di Dio e le rilevanze ispsefiche del mio lavoro siano solo fanta-scienza, perchè non ho mai pensato di avere a che fare con un testo, ma con il profeta che lo ha scritto. Insomma per comprendere Geremia non mi addentro nella lingua, ma nel cuore che ha detto: ”

 

Maledetto il giorno in cui nacqui;
il giorno in cui mia madre mi diede alla luce
non sia mai benedetto”. (Ger. 20,14)

 

Prima capisco questo, prima capisco la tragedia dell’uomo, poi mi occupo del profeta e infine della sua lingua. Ben fa, dunque, l’iconografia cristiana a mostrarci Gesù che indica il Suo cuore, perchè a far bella mostra della testa nelle fotografie, le quali immancabilmente riprendono gli intellettuali con la tesa incorniciata dalle dita, ci pensano gli uomini, quegli stessi che non saranno mai, dico mai in grado di comprendere “lo maggior corno della Parola antica”.

 

 

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