“Ciò che conta”, dedica a Erich Zenger

Caro Erich,

vittima di un “increscioso incidente”, ci hai lasciati nel giorno di Pasqua ed io subito ho pensato o al tuo eroico calarsi nel ruolo; o a un assassinio, perché quelli come te non li si bruciano con lo scandalo: la loro moralità e la loro carriera sono specchiate.

Tu, oltre a un’introduzione biblica, hai scritto un commento ai salmi che si fregia di più ristampe ed io quello sto leggendo, soffermandomi, in particolare, sull’introduzione dove ho letto un paragrafo di estremo interesse ed è La collezione dei salmi dove tu trovi la soluzione a un enigma nella “tradizione davidica”, piucchè nella paternità dei salmi a lui attribuiti.

In quella tradizione tu scorgi un’esigenza che ha spinto il collettore a riunire sotto un’unica attribuzione i salmi di Davide che però talvolta, come nel caso del (71)72, di Davide non sono perché espressamente attributi a Salomone.

E’ dunque nella “tradizione” la soluzione a un enigma che per tua stessa ammissione

solo così, se non si vuole ritenere per i raccoglitori una sconsiderata spensieratezza, si spiega il fatto sorprendente che l’annotazione del Sal 72,20: “Terminano le preghiere di Davide” sta in un salmo attribuito a Salomone (!).

Tu stesso quindi hai colta e descritta l’assurdità di una collezione che attribuisce la paternità neanche a casaccio, ma ignorando persino il contenuto del testo che ha di fronte agli occhi, cioè Terminano i salmi di Davide, scrivendo Salmo di Salomone.

Mi pare ovvio che l’esegesi sia naufragata in un mare d’ipotesi non per giustificare l’equivoco, ma l’assurdo se non addirittura il comico, perché di mezzo ne vanno tutti i salmi, in particolare la loro attribuzione.

Non è così, Erich, no non è così e tu avresti dovuto introdurre un’ipotesi altrettanto assurda che avrebbe però risolto il grottesco: anche il salterio è vittima della truffa, quella truffa che ha seminato il caos da Genesi ad Apocalisse.

Quel salmo, se termina i salmi di Davide, è di Davide ma nottetempo si è scritto “di Salomone” perché tutto risultasse incomprensibile, risultasse cioè che laddove era pre-esistente una catalogazione e un’attribuzione ferree potesse fare ingresso il caos.

Ritengo, se me lo permetti, che in origine tutto fosse ordinato per autore e che altre possibili catalogazioni fossero possibili (cronologiche, per Re, pre e post esiliche) ma poi tutto sia stato volutamente confuso gettando nello scompiglio l’intero salterio.

Tu o i tuoi colleghi, magari quelli che hanno raccolta la tua eredità, dovreste, allora, prendere in considerazione l’ipotesi del falso e recuperare il bandolo di un salterio divenuto matassa inestricabile, ma mi rendo conto che questo post è la novecentoventinovesima bottiglia gettata in mare, per cui ha ragione chi mi dice: “Che t’importa di quello che dicono, tu sai come stanno le cose ed è questo ciò che conta”. Sì, è questo ciò che conta.

A Roma in catene

Qualche mese fa ci dedicammo solo alle prime biografie presentate in De viris illustribus di San Girolamo e subito il nostro pensiero e la nostra preoccupazione è andata alle note di commento che la copia di Città Nuova avrebbe, ad opera del traduttore, fornite.

Eravamo certi quanto mai che lì si consumassero numeri d’alta scuola affinchè fosse possibile salvare l’opera -con San Girolamo- e la cronologia attualmente riconosciuta, in particolare quella relativa a Gesù.

Infatti, non sbagliando di una virgola, giungemmo alla nota 14 della biografia paolina e fermammo il punto, quello che riprendiamo adesso, con un’orecchietta sulla pagina perché davvero esemplare, tanto che ci prendiamo la briga di copiare sia il testo di Girolamo, sia la nota a piè pagina, sebbene solo in parte.

Questo è il testo che Girolamo dedica a Paolo e che interessa a noi

E siccome negli Atti degli apostoli si parla molto della sua vita, mi limito a dire che nell’anno venticinquesimo dopo la morte del Signore, ossia nel secondo anno di Nerone, quando Festo successe a Felice come procuratore della Giudea, fu mandato in catene a Roma.

A tal proposito e per spiegare l’ambito cronologico del “venticinquesimo anno” il curatore scrive, alla nota 14, che

Siamo all’incirca nell’anno 60 che corrisponderebbe, pressappoco, a sia al secondo anno del potere effettivo di Nerone, sia alla data di successione del procuratore Festo. Ma non si vede come la data del 60 possa corrispondere al venticinquesimo anno dopo la morte di Cristo, morte comunemente assegnata [e la tradizione?] al 30-31

Tralasciando per adesso il problema posto dalla mia nota inserita nella citazione, passo subito a calcolare quel “venticinquesimo anno” alla luce della cronologia del blog che colloca la morte di Cristo nel 35 a fronte di una nascita nel 15 a.C.

I conti sono presto fatti se dobbiamo cadere nel 60 come espressamente scrive il commentatore. Infatti se la morte di Gesù è fatta ferma, come noi facciamo, al 35, aggiungendo a tale data 25 anni cadiamo esattamente nel 60, come deve essere.

Il problema che pone Girolamo dipende dunque dalla cronologia non dei fatti, cioè quella che adotta Girolamo, ma delle ipotesi, quelle che invece il commentatore che ha seguito. Una cronologia avanguardista che ha lasciaro indietro chi, come Girolamo, era così vicino ai fatti (347-420) da darci ragione e credere ancor più fermamente all’anagrafe del blog che fa nascere Gesù nel 15 a.C. e lo vede crocefisso nel 35, cioè venticinque anni prima che “Paolo fosse mandato a Roma in catene”.

La storia che verrà

Il nostro ultimo articolo ha messo in evidenza un fatto cronologico: se i nostri altari della storia possono essere opinabili quando individuano il 2020 come anno dell’ottavo, è però difficilmente, alla luce del caso, spiegare come mai, la profezia di altri, la profezia dei Sette tempi geovista, quella che li ha resi famosi eleggendoli a grande chiesa, possa, applicandola alla nostra cronologia, in particolare i Re, individuare ugualmente il 2020 come anno del suo compimento.

Insomma, il 2020 emerge ogni volta, sia che il blog utilizzi cronologie sue, sia che applichi cronologie e profezie altrui, come se davvero sia un anno speciale.

Sappiamo -e ci scusiamo per il velato riferimento- che altri hanno seguito il nostro ultimo post e ci pare di poter dire che sia stato apprezzato nella sua logica che in fondo è matematica, per cui adesso vogliamo proporre una nota ghematrica che è altrettanto matematica, ma appartiene a ciò che erroneamente troppo spesso si considera pseudoscienza.

Non mi dilungherò oltre, certo che questo post è stato letto e compreso, per cui propongo subito a seguire uno screenshot di un programma (Bible wheel) che molto spesso, come nel caso degli altari, ci ha permesso di ottenere risposte talvolta fondamentali sull’ebraico e il greco biblici.

Nello screenshot potrete facilmente leggere, e se interessati aprire le voci dei vostri dizionari, a quali termini biblici faccia riferimento il valore ghematrico 2020, cioè a Cristo (χριστωι-Cristo) e alla sua conformità (συμμορφους-conforme) come a dire che l’epoca successiva al 2020 sarà a Lui conforme; o che avremo un Cristo conforme, cioè di nuovo inserito nel suo legittimo alveo storico, teologico e cronologico.

Tutto questo era già stato introdotto dalla cronologia degli altari e dalla profezia geovista applicata alla nostra cronologie dei re e dell’esilio babilonese, ma ancora sfuggiva il senso, sfuggiva cioè a cosa grosso modo saremmo andati incontro

E’ ancora presto, però, per sapere con precisione cosa accadrà, ma tutto, compresa la ghematria, ci dice che quello che deve accadere accadrà e basta solo saper attendere e vedere se in fondo un blog scalcinato come questo abbia saputo leggere nel futuro, cosa che aprirebbe proprio alla scienza confini sinora inimmaginabili.

Con Cita?

Il capitolo 17 di Giovanni e la sua Prima lettera ci descrivono il mondo: il mondo per il quale Gesù non prega (Gv 17,9) e il mondo che giace sotto il potere del maligno (1Gv 5,19).

Può addirittura apparire paradossale parlare del mondo, quello che tutti conoscono e quello che nella sua totalità è stato visitato, tanto che quei mille di miliardi che si dice siano le foto annualmente scattate lo hanno ripreso in ogni angolo, ma ciò non toglie che ormai più nessuno conosca la sua definizione.

Insomma, lo viviamo il mondo, ma non lo conosciamo, quando però dovremmo farlo se il mondo è quell’entità per cui Gesù non prega. Per chi non prega, allora, Gesù? Cos’è il mondo se Colui che si è fatto perdono e redenzione non prega per esso? O cos’è così maligno da far soggiacere tutto il mondo alla sua volontà?

Giovanni è stato chiaro nella sua Prima lettera, ma poi tutto è divenuto banale, forse lo stesso sant’Agostino, nel commentare la Prima lettera di Giovanni, ci ha messo del suo (o gli ce lo hanno fatto mettere, visto in che mondo viviamo) affinché il mondo sia quello che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi, cioè quello che appare dalle nostre finestre, per lo più virtuali, ma tutto però rimane dipendente dalla prospettiva che non è quella a cui siamo abituati: quella fa parte del mondo.

“La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (ricchezza)” di 1Gv 2,16 sono sì il mondo e anche Agostino ha detto bene, tuttavia mi pare di poter dire che c’è un’altra prospettiva sul mondo ed è quella di Giovanni, l’Apostolo del mondo intero, piucché delle genti, se il suo Vangelo gli dedica un capitolo: il 17.

Quella prospettiva, sulle prime facile facile, vorrebbe che la concupiscenza del mondo sia il nostro sguardo sulle cose del mondo, ma in realtà è lo sguardo del mondo sulle nostre.

In questo senso è davvero utile il senso che la gente di mondo ha su quelle stesse cose, perché essa ha sviluppato un immaginario infallibile circa il marito o la moglie perfetta, cioè Bello, Famoso e Ricco. Ecco che allora la vox populi ripropone la concupiscenza giovannea, ma cambiando prospettiva e quegli stessi occhi da cui essa migra non sono i nostri ma quelli altrui.

Non sono i nostri occhi che guardano il mondo, ma quelli del mondo che guardano noi, guardano noi perché belli; perché famosi e perché ricchi (icone, in una parola), affinché il nostro amor proprio si edifichi ad ogni sguardo e faccia spicco nei cieli, sia pure virtuali se la nostra epoca è quella ha coniato il termine perfetto per riassumere il mondo: visibilità.

Non è dunque un guardare il mondo; non è la nostra curiosità sulle cose, come direbbe Agostino, ma lo sguardo ammirato degli altri a costruire il nostro piccolo o grande mondo: dalla Notte degli oscar al balcone.

Ognuno, come Dante, si guardi dentro seguendo questa prospettiva ritrovata e vedrà certamente la sua fame di mondo, quella che caratterizza ognuno di noi. Vedrà la lonza, la lupa e il leone danteschi che non a caso sono tre, sebbene ancora incerti nella loro simbologia, come tre sono le concupiscenze (carne, occhi e ricchezza) indicate da Giovanni, tanto che davvero crediamo che Dante ad esse alludesse, sebbene non mi pare che abbia dedicato nessun girone a quelli Belli, Famosi e Ricchi, forse solo perché da soli si sono condannati a un inferno privato.

Concludiamo con un moto di rassegnazione: il mondo, non fatevi illusioni, mai è cambiato. Sono cambiati la musica, la scenografia, i costumi e le luci ma i numeri, i numeri del mondo, sono rimasti uguali e tali rimarranno: belli, famosi e ricchi sino alla fine del mondo, in compagnia delle immancabili scimmiette darwiniane, sebbene sia un mondo vuoto quello che cerca l’ammirazione.

La fornace della storia

Abbiamo, anche nella prima scaletta che segue in calce, solo introdotta quella pausa drammatica nella sequenza storica che si svolge per tranches di 497 anni, numero quant’altri mai biblico se si caratterizza per una sequenza non solo sabbatica (il numero 7), ma anche tipicamente ebraica se 497 e di per se stesso sabbatico perché prodotto della moltiplicazione di 7 per 71 e il 71 è, tradizionalmente, il numero dei membri del sinedrio, un sinedrio che sa vero Lc 21,24 in cui si legge chiaro che Gerusalemme sarà calpestata dalle genti, finché il tempo dei gentili non giungerà al termine.

Dunque quei 497 anni, che segnano una singola tranche delle 8 necessarie a giungere al 2020 (vedi prima tabella in calce) che ci ha riservato davvero un altare se si caratterizza per una pandemia globale, non rimangono lettera storica muta e nessuno può dire: ” E allora?” se ha la mascherina sul volto.

Del resto noi lo avevamo già introdotto nel 2018 il tema che avrebbe svolto il nostro secolo e ci è bastato aspettare, aspettare gli eventi per conoscere se avevamo ragione e la storia avesse innalzato il suo ottavo altare, come è stato: puntualmente.

Tuttavia, della scaletta che segue in calce, rimane da spiegare un punto che noi avevamo promesso di altissimo profilo storico e profetico e sono quei 50 anni di pausa nella metrica dei 497; una pausa che, in qualche modo, potrebbe inficiare un calcolo altrimenti preciso e che non lascia spazio al dubbio se, come ripeto, scriviamo con il gel sulle mani.

Quella pausa non si colloca a casaccio nella skyline degli altari della storia, ma congiunge il 515 a.C. al 465 a.C. date tutt’altro che anonime se l’una segna la fine del giudaismo del primo tempio perché non allora, come vogliono gli storici ma non la storia, si dedica il secondo tempio e con esso il giudaismo conseguente, ma in realtà si deporta Giosuè, sommo sacerdote che segna, lui sì, la fine di un tempo e di un tempio: il primo

Di lì, da Giosuè, si giunge, seguendo la parentesi dei 50 anni, al 465 a.C. quando, nel settimo anno di regno di Artaserse, altro protagonista biblico vittima del bullismo storico se il suo primo anno di regno si colloca nel 472-471 a.C (datazione doppia ebraica), si gettano le fondamenta del secondo tempio e si apre la storia al giudaismo anch’esso conseguente.

Tra i due tempi (515aC-465a.C.), quindi, si colloca una storia silenziosa ma drammatica perché quella parentesi fu la fornace di Babilonia dove furono gettati Sadràch, Mesàch, Abdènego e intrattenuti a colloquio con Colui che avrebbe dovuto comparire: il Messia (Dn 3).

Dunque, quella fornace fu quella di un popolo che che doveva necessariamente essere plasmato (di qui la metafora della fornace) piucchè preparato, all’avvento di Gesù e questo comportava una nuovo giudaismo che neanche è quello del secondo tempio, nella misura in cui esso fu solo propedeutico al fatto, un fatto che si compie storicamente se un’anagrafe, specie quella di un personaggio storico, è, collocandolo, essa stessa storia.

Quell’anagrafe fu il 15 a.C.-35 d.C. cioè la vita di un Messia atteso che scelse, per sè, il nome di Gesù. Adesso sono importanti due cose da notare:

la prima, che quel 15 a.C. e quel 35 d.C. ripropongono la parentesi se necessitano 35 anni per giungere dal 465 a.C. al 500 a.C. e da lì, aggiunti altri 15 anni il 515 a.C. della deportazione di Giosuè, cosicchè l’avvento messianico diviene annuncio a un popolo che visse la fornace di Babilonia dal 515 a.C. al 465 a.C. speculare, per somma, al 15 a.C. al 35 d.C.

la seconda, è la presenza, in quella fornace, di tutta la storia di un popolo a venire: quello messianico, se Sadràch, Mesàch e Abdènego, furono sì tre giovani, ma più ancora ed esattamente, le tre epoche che gli Ebrei successivamente vissero:

quella achemenide-persiana

quella ellenista

e quella romana

che trasformarono il giudaismo davidico e post davidico in messianico.

Quella fornace, dunque, fu certamente una parentesi drammatica in una storia in fondo già scritta, ma più ancora purificarono un popolo aggiungendo, paradossalmente, elementi spurii in una cultura e una religione altrimenti chiusa in una Legge che non si sarebbe diversamente compiuta.

Quei 50 anni di pausa nella storia e che scrivono gli altari fu dunque necessaria per preparare quella messianica, e Sadràch, Mesàch, Abdènego rappresentano l’intero giudaismo, del primo e del secondo tempio che giunse a compimento, sebbene rimanesse ancora aperta la ferita di una Gerusalemme “città aperta”, cioè calpesta dalle genti, finché il tempo dei gentili non fosse terminato (Lc 21,24).

Ma anche qui è facile, se l’albero davidico cade sotto l’ultimo colpo d’ascia inferto nel 500 a.C (vedi qui ma anche la seconda tabella in calce), quando ogni speranza di salvare la storia di Davide fini con l’ultima definitiva e disperata deportazione ad opera di Nabucodonsor. E’ facile dicevo, contare: 2520-500=2020, cioè sommare 2520 anni (a tanto ammontano i sette tempi della profezia omonima in Dn 4,16 come conferma anche la Watch Tower) al 500 a.C. e capire, forse, un altro aspetto di una pandemia biblica.

ALTARI

1510 a.CAram, primo altare-497
1012 a.C.Davide uccide Golia.-497
515 a.C.Deportazione di Giosuè: fine del giudaismo del primo tempio
a.C.-515-465 a.C. Parentesi esilica50 anni
465 a.C.Si gettano le fondamenta del secondo tempio-497
32 d.C.Inizio del ministero pubblico di Gesù.+497
529 d.C.Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene+497
1026?+497
1523 d.C.Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri (è questa l’origine di Trento, della madre di tutti i concili?)+497
2020Covid

DEPORTAZIONI BABILONESI

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM)523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°  ANNO: PRIMA DEPORTAZIONE516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°  ANNO: SECONDA DEPORTAZIONE505-504 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°  ANNO: TERZA DEPORTAZIONE500 a. C. (Ger. 52,30)

Breaking news

Molti, compreso me, auspicano che il Covid ci lasci, taluni che ci lasci vivere, ma crediamo, purtroppo, che se in Israele (Efeso di Apocalisse) si svilupperà una piaga sociale, nel senso di una diffusa ulcera purulenta, entreremo nel contesto delle sette piaghe descritte in Ap 16,1-17.

Dobbiamo solo pazientare e conoscere se davvero le breaking news si aggiornino in tal senso, cosicché sia chiara una dinamica, quella tipica del Golgota, dove si riassume tutta l’umanità di Gesù, nel senso che quell’umanità è sì, anche storicamente, la croce, cioè la Sua crocefissione, ma più ancora è l’umanità peccaminosa che deve essere redenta, se alla Sua destra e sinistra si collocano i ladroni.

Tutta l’umanità da redimere, allora, è raccolta sul Golgota e non c’è nessuna differenza nella pena, nella croce, se non che l’uno prega e riconosce i suoi torti facendo giusto Dio; l’altro bestemmia rendendo i decreti di Dio ingiusti (poco importa adesso che i giudizi dell’uomo abbiano diversa sorte).

Apocalisse, checché se ne dica, è un’opera quant’altri mai pensata, precisa ordinata per questo le sette chiese si susseguono non a casaccio, ma rispecchiano singole confessioni religiose, in questo caso Efeso (Israele) su cui scoppia la piaga (Ap 16,2): Smirne (Russia) che cede a un ateismo universale che la conduce, com’è scritto nella sua lettera, alla morte (Ap 16,3); Pergamo (Italia) che dall’altare, quello che qui, non a caso, è stato innalzato, proprio da questo blog, riconosce i suoi torti e prega (Ap 16,4-7).

Poi, subito dopo, vengono Tiatira (Germania) che bestemmia (Ap 16,9) e così Sardi (Inghilterra) in 16,10. Pergamo buon ladrone, allora, mentre Tiatira e Sardi no. Del resto che Germania e Inghilterra siano unite a filo doppio non lo conferma solo una regina tedesca con un marito altrettanto, ma anche il cavallo verde che esce da Tiatira (Germania) e trascina con sè gli inferi (Ap 6,8), cioè la chiesa che negli elementi naturali di Apocalisse (cielo, mare, terra e sotto terra) è la Gran Bretagna.

Anche nelle sette coppe questo fil rouge anglo-tedesco è confermato, perché se a Tiatira splende un sole che cuoce gli abitanti (Ap 16,8), a Sardi quel sole si eclissa (Ap 16,10), gettando nelle tenebre il trono (della Bestia, Darwin) e riproponendo, quindi, la teofania del Golgota, già evidente dal fatto che l’acqua, nel capitolo 16 di Apocalisse, è sangue, quando Giovanni in 19,34. scrive che dal costato “uscì acqua e sangue”.

Questo significa che in Germania (Tiatira) splenderà altissima la verità, in primis storica e questo oscurerà tutto il prestigio dei college e delle università inglesi, per una nuova storia e una nuova umanità.

Mi rendo conto che solo chi è in possesso del capitolo 16 di Apocalisse e di Apocalisse in genere, oltre che delle mie nozioni, può seguire una sintesi che però vuole solo mettersi in grado di poter dire, dopo che già lo ha fatto col Covid: ” Noi l’avevamo detto e scritto in questa precisa data. Chi vuol pregare preghi; chi vuol bestemmiare lo faccia”.

Noi abbiamo solo avvisato che se in Israele si svilupperà una piaga ulcerosa, sarà dovuto al fatto che hanno adorato la bestia. Noi dovremmo, allora, prepararci per un periodo tremendo, al confronto del quale il Covid sarà davvero una banale influenza, essendo dovuto, quanto seguirà, all’ira di Dio versata in coppe (Ap 16,1), sette per la precisione, che mai è trascurata da Apocalisse.

VIR US

Già dal 2018 noi avevamo scritto che il 2020 sarebbe stato un anno profetico, senza però sapere di preciso cosa sarebbe accaduto, certi però che qualcosa lo sarebbe davvero accaduto, tanto è vero che, a Covid dilagante, abbiamo illustrato nel dettaglio il senso di quanto sta accadendo.

Quanto annunciato nel 2018 lo avevamo scritto sulla base di nostri calcoli che avevano rilevato, nella Scrittura, una metrica particolarissima che si sviluppa per tranches di 497 anni partendo da Aram, patriarca biblico presente nella genealogia lucana che va da Abramo a Davide, e giunge, appunto, al 2020, passando per una parentesi esilica di 50 anni tra la deportazione di Giosia (515 a.C.) e la gettata delle fondamenta del secondo tempio nel 465 a.C., parentesi che siamo in grado di giustificare e di altissimo profilo

Quella cronologia biblica, inserita nella storia, è così riassunta

1510 a.CAram, primo altare-497
1012 a.C.Davide uccide Golia.-497
465 a.C.Si gettano le fondamenta del secondo tempio
465 a.C.-515 a.C.Esilio (abbiamo buoni argomenti per giustificare questa parentesi cronologica)-497
32 d.C.Inizio del ministero pubblico di Gesù.+497
529 d.C.Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene+497
1026?+497
1523 d.C.Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri (è questa l’origine di Trento, della madre di tutti i concili?)+497
2020Covid

e dimostra che, seppur nel suo impianto forse opinabile, tuttavia non lo è nei fatti, anzi, nelle cronache perché è l’oggetto del nostro quotidiano il Covid che ci ha costretto a prendere di nuovo le misure all’umanità, non più proiettata in un futuro sterminato, ma ancora ben circoscritta in una natura: quella umana.

Dicevamo che quelle mie tappe storiche bibliche, che noi abbiamo chiamato altari, sono davvero opinabili, tuttavia non credo che siano dello stesso tenore i 2520 anni della Watch Tower che ne fecero la fortuna, nel senso che la loro Profezia dei sette tempi è stata il cavallo di battaglia di una congregazione che con essa nacque e tuttora è operante nel mondo.

Potremmo riassumere noi quella profezia, ma abbiamo ritenuto più corretto linkare ai TdG perché, seppur non loro, la profezia è stata ed è una loro peculiarità ministeriale, per cui invitiamo ad aprire il link e a leggere la panoramica che la Watch Tower offre in proposito.

Non è il caso adesso di capire se davvero si sia materializzato storicamente tutto quanto la Watch Tower aveva promesso, ma solo credere alla loro profezia e metterla alla prova, ma non secondo la loro cronologia, ma secondo la nostra che non la fa partire dal geovista 607 a.C. o a.E.V., quanto dal 500 a.C., anno che segna, secondo noi, l’ultimo e definitivo intervento contro Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, come dimostra la scaletta, e anno in cui, quindi, la dinastia Davidica ricevé l’ultimo colpo di scure, quello che ne segnò la fine.

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM)523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°  ANNO: PRIMA DEPORTAZIONE516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°  ANNO: SECONDA DEPORTAZIONE505-504 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°  ANNO: TERZA DEPORTAZIONE500 a. C. (Ger. 52,30)

In sostanza stiamo dicendo che, secondo noi, è più cronologicamente corretto sostenere che dopo 2520 anni dal 500 a.C., ultimo intervento di Nabucodonosor contro Gerusalemme, si avvererà la profezia geovista o almeno quella che la Watch Tower ha rilevata nelle pieghe di una Scrittura che potrebbe dar loro ragione, solo a patto, però, di una “fidata cronologia biblica”, come scrivono a a proposito della loro, ma che forse è meno fidata della nostra, se aggiunti 2520 anni al 500 a.C. otteniamo il 2020, di nuovo il 2020, quello stesso anno tracciato con la metrica degli altari, cosicché, se si dubita dei miei altari (quelli riassunti nella prima tabella), un po’ meno si può dubitare di una profezia che ha fondato una chiesa, cioè i Testimoni di Geova che adesso sono anche, volenti o nolenti, Testimoni del 2020, a meno che la profezia che li ha fondati sia davvero solo e soltanto un sogno, come scrive Dn 4,13-29, che ha però riportato l’umanità alla realtà.